La Camera approva l’Italicum tra le contestazioni mentre il premier “gioca” con twitter

La maratona a ostacoli sulla legge elettorale è finita, almeno a Montecitorio. L’Aula della Camera ha approvato l’Italicum con 365 sì, 156 i contrari, 40 gli astenuti. E Matteo Renzi, sulla graticola fino a ieri sera per i “franchi tiratori” della minoranza del Pd, può cantare vittoria insieme agli azzurri che hanno difeso con le armi il patto di ferro di Berlusconi con il premier. «Grazie alle deputate e ai deputati. Hanno dimostrato che possiamo davvero cambiare l’Italia. Politica 1-Disfattismo 0» èil twitter postato a tempo record dal presidente del Consiglio con l’hastag “lasvoltabuona”. Dopo aver retto per un pugno di voti allo scrutinio segreto sugli emendamenti che puntavano a introdurre le preferenze e le quote rosa, il premier può presentarsi da vittorioso all’incontro pomeridiano con la stampa. Bocciatura sonora da parte di Fratelli d’Italia, Sel, Lega e grillini,  che al momento del voto hanno contestato il via libera alla riforma sollevando cartelli con la scritta  provocatoria “Grande sintonia Renzi-Berlusconi. Condannati all’amore” e l’immagine del Cavaliere e di Renzi divisi da un cuore rosso. Un dissenso colorato che, come da copione, non è piaciuto alla presidente Laura Boldrini, che anche questa volta ha bacchettato gli scolari ribelli facendo subito rimuovere i cartelli dello scandalo. «L’attuale sistema elettorale – ha detto in aula Giorgia Meloni – è una porcata restano le liste bloccate, cioè un parlamento di nominati. L’Italicum non cambia questa situazione». L’ex ministro della Gioventù conferma la battaglia per le preferenze e le primarie obbligatorie condotta da Fratelli d’Italia. Tra le file di Forza Italia Michaela Biancofiore disobbedisce al partito e vota contro. Tra i più soddisfatti, invece, Roberto Giachetti che non minimizza i pericoli della fronda dei colleghi del Nazareno: «Non c’è una congiura, ma certamente c’è qualcuno che anche all’interno del Partito democratico sta cercando di fare saltare il carro», dice, «tutti quelli che hanno segnato la vita politica degli ultimi anni, non ci hanno mai consentito di approvare una nuova legge elettorale: questo accade perché un signore che si chiama Matteo Renzi ha deciso di caratterizzare la sua battaglia per la leadership del Partito democratico prendendo questa della legge elettorale come prima iniziativa ed è andato fino in fondo». Se i berlusconiani doc, come Deborah Bergamini, sottolineano la portata storica della riforma, gli alfaniani, costretti a ingoiare l’amaro calice della soglia di sbarramento al 4,5 e il no alla preferenze, sperano nei ritocchi di Palazzo Madama («Non si conclude quccorre lavorare, e molto, al Senato per sciogliere i numerosi nodi che ancora permangono», commenta Barbara Saltamartini). La permanenza delle liste bloccate (considerate da tutti a parole il buco nero del porcellum) con la bocciatura delle preferenze è l’aspetto più opaco e irricevibile dell’Italicum che, a detta perfino di una democratica doc come Sandra Zampa che ha votato sì turandosi il naso, ha il merito di «aver messo in salvo il bipolarismo e poco altro». Tra i punti chiave della riforma (bocciata da Fratelli d’Italia, Cinquestelle e Sel)  il premio di governabilità del 15% al partito o alla coalizione che otterrà il 37% dei consensi (eventuale ballottaggio nel caso nessuno raggiungesse la soglia per incassare il bonus), lo sbarramento del 12% per le coalizioni, del 4,5% per i singoli partiti che si presentano in coalizione e dell’8% per i partiti che scelgono di correre da soli. Restano le liste bloccate  composte da tre a sei candidati e l’impossibilità per l’elettore di scegliere il proprio rappresentante in Parlamento.