La Bulgaria vende la cittadinanza Ue agli extracomunitari. Robetta, in Italia c’è chi vuole regalarla

Dice: “L’Europa è un’opportunità”. Una lezione che qualcuno ha capito meglio di altri, come dimostra il caso di quegli Stati membri che per fare cassa hanno deciso di vendere la cittadinanza, e quindi la cittadinanza europea, a extracomunitari facoltosi. L’ultimo Paese a mettere su l’ingegnoso business è stata la Bulgaria, dove con 180mila euro e nella piena legalità si riescono ad acquistare un passaporto nazionale e, di conseguenza, tutte le prerogative dei cittadini comunitari. A rivelarlo è stata un’inchiesta del britannico Telegraph, secondo il quale anche avere precedenti penali non è un ostacolo, a patto che si abbiano i soldi necessari e due giorni da passare nel Paese. Secondo il quotidiano, sarebbero già centinaia i passaporti venduti con queste modalità, molti dei quali acquistati da imprenditori indiani. Sofia, entrata nell’Unione nel 2007, comunque, non detiene il copyright dell’iniziativa e non è detto che riesca a portarla ancora avanti così come l’ha pensata. In novembre aveva destato grande clamore e preoccupazione l’iniziativa di Malta che, avendo aderito all’Ue nel 2004, è un altro membro tutto sommato giovane. La Valletta aveva varato una legge per cui per ottenere il passaporto non servivano nemmeno quei due giorni di soggiorno sull’Isola. Bastavano 650mila euro, anche fatti recapitare con un semplice bonifico, e il gioco era fatto. Nessun controllo di polizia, inoltre, era previsto sui potenziali nuovi cittadini e sulle loro attività. Della valutazione delle “candidature” ne sarebbe occupata, invece, la multinazionale “Henley and Partners”, specializzata proprio nell’individuazione di cittadinanze interessanti dal punto di vista economico o della qualità della vita. Alla luce di questa selezione, il premier Joseph Muscat assicurava che le pratiche avrebbero riguardato solo personalità di «alto valore» e contava così di racimolare investimenti per circa 250 milioni di euro. Bruxelles non l’ha presa benissimo e, dopo un acceso dibattito, a febbraio è riuscita a far modificare le condizioni per l’acquisizione della cittadinanza maltese-europea: per avere il passaporto, oltre all’esborso dei 650mila euro, bisognerà risiedere a Malta per almeno un anno. La Valletta, di contro, ha risposto con la possibilità di valutare l’innalzamento del tetto dei nuovi cittadini, già fissato a 1800 e non comprensivo dei “ricongiungimenti familiari”, che ovviamente saranno pagati a parte a una cifra scontata che andrà dai 25mila ai 50mila euro. Il punto – come ha spiegato un portavoce della Commissione europea, Michele Cercone, a il Giornale, in autunno, quando esplose il caso – è che «gli Stati membri hanno piena sovranità nel decidere a chi e come garantiscono la loro nazionalità». E al Parlamento europeo, quindi, non resta che la strada di produrre risoluzioni non vincolanti per richiamarli a un uso responsabile delle proprie prerogative «per preservare i valori e i traguardi comuni dell’Unione», ricordando che «detti valori e successi sono inestimabili e non possono avere attaccata un’etichetta col prezzo». Richiamo meritorio, arrivato però quando i buoi sono scappati dalla stalla già da un pezzo. Se La Valletta e Sofia, infatti, l’hanno estremizzata abbassando di molto l’asticella, la pratica del passaporto a pagamento non è affatto nuova alla Vecchia Europa. Il Portogallo, Cipro, l’Irlanda, la Spagna, l’Austria, la Grecia, la Lettonia e anche quella Gran Bretagna da cui è arrivata la denuncia contro la Bulgaria già elargiscono passaporti facili, purché a chiederli siano ricconi in grado di pagarli o, a seconda dei casi, di comprare una casa. Comunque, potenzialmente interessati a investire in economie stanche e, spesso, prossime al collasso. È chiaro che la valutazione della vicenda ha moltissime implicazioni ed è quanto meno controversa. D’altra parte non ci si può non chiedere come vadano valutati quei Paesi, come l’Italia, che la cittadinanza, invece di svenderla, pensano direttamente di regalarla attraverso uno Ius soli selvaggio. Senza paletti e forse anche senza l’adesione a quei «valori inestimabili» cui hanno richiamato le stesse istituzioni europee.