In Italia se spari contro gli scafisti in fuga finisci sotto inchiesta. Poi piangiamo i morti di Lampedusa…

“Tutte le donne a bordo sono state stuprate dagli scafisti davanti ai propri figli”; “Sequestri, stupri, torture. Sono questi, secondo le testimonianze dei migranti sopravvissuti, i reati compiuti…”; “Buttati in mare dagli scafisti senza scrupoli”; “Il comandante si faceva chiamare the Doctor, ma era un uomo molto, molto cattivo…”; “I migranti sono stati bastonati dagli scafisti e costretti a buttarsi in mare, alcuni saranno morti per la stanchezza o perchè non sapevano nuotare…”.  Sono solo alcuni stralci di cronaca e titoli che abbiamo letto negli ultimi anni a corollario di tragedie dell’immigrazione su cui si sono spese fiumi di retorica e palate di indignazione. Soprattutto dopo la strage di Lampedusa dell’ottobre scorso, quando l’affondamento di un’imbarcazione in arrivo dalla Libia provocò la morte di quasi 400 immigrati  tra cui decine di bambini. Anche allora i toni di sdegno si levarono alti e forti contro il dramma che si consumava a pochi chilometri dalle nostre spiagge. E anche allora si puntò l’indice contro il traffico di essere umani e contro gli scafisti senza scrupoli: «È indispensabile stroncare il traffico criminale di esseri umani», tuonò  Giorgio Napolitano. E il minstro dell’Interno Angelino Alfano rincarò la dose: «Ora caccia senza quartiere agli scafisti». Per non  parlare della levata di scudi di Matteo Renzi, già allora assetato di governo ed ebbro di demagogia: «Si cancelli la Legge Bossi-Fini sull’immigrazione clandestina. Si assicurino alle patrie galere gli scafisti di morte».

Tutto giusto, tutto ovvio, sull’onda dell’indignazione popolare. Ma oggi accade che nel Canale di Sicilia un’imbarcazione con una decina di scafisti provi a scappare dalla Marina militare italiana dopo aver portato a termine uno dei loschi viaggi dalle coste africane. Accade che quei militari chiamati a sorvegliare le coste sparino dei colpi per provare a fermarli e ci riescano pure, senza fare danni. Accade però che quelle riprese finiscano nelle mani di Repubblica che solleva uno scandalo, parla di immagini “imbarazzanti” e denuncia l’eccesso di aggressività dei… marinai: “Raffiche di mitragliatrice nel Canale di Sicilia. Una, due, tre sventagliate contro la poppa del peschereccio degli scafisti che fugge e non si ferma. Dentro ci sono 16 egiziani, ma si saprà soltanto dopo. Poi arrivano i colpi singoli, nove, sparati anch’essi dalla piattaforma della fregata Aliseo dove è sistemato il fucile Mg, azionato da tre marò. Il barcone vira, si vedono pezzettini di legno saltare, dalla porta sulla stiva appaiono due ombre, forse due teste. È il 9 novembre scorso e il primo ciak di questo video girato con un telefonino, su cui ora indaga la procura militare di Napoli, si chiude così. Col Far West sul mar Mediterraneo”.

Repubblica spiega che i colpi sono partiti da una delle navi della Marina impegnate nell’operazione “Mare Nostrum”, l’Aliseo, durante l’inseguimento di un piccolo peschereccio in fuga, senza bandiera sullo scafo, sospettato di aver trainato e sganciato a largo di Capo Passero una chiatta con 176 profughi siriani. Mica villeggianti in gita su uno yacht, quindi. «L’abbordaggio è stato un successo – dirà poi il comandante Massimiliano Siragusa, una volta rientrato nel porto di Catania – l’imbarcazione degli scafisti, tutti arrestati, è affondata per le cattive condizioni del mare».

Un successo, nessun ferito, scafisti arrestati, barcone della morte affondato: tutto bene? No, parte l’inchiesta, sull’onda della denuncia di Repubblica. Contro i militari, mica contro gli scafisti. Su quegli spari contro i delinquenti in fuga oggi indaga la procura militare. Perché gli scafisti, si sa, vanno fermati chiedendoglielo per favore, offrendogli delle sfogliatelle e nel caso opponessero ancora resistenza, sparandogli addosso caccole di naso con una cerbottana.