Il Pd è un giocattolo rotto che Renzi non è riuscito ad aggiustare

Il Partito democratico è un giocattolo rotto. E nessuno sembra in grado di aggiustarlo. Non c’è prova decisiva in cui non esibisca la sua intrinseca fragilità. La “cura” Renzi non è bastata, evidentemente. Continua a soffrire della sindrome da “identità irrisolta”, roba che nei manuali di politica è venuta in evidenza con la fine dei partiti politici tradizionali e che, in diversa misura, contagia un po’ tutti. Ma tra i democrat è particolarmente avvertita. Anzi, lo è in modo squassante al punto che centouno “grandi elettori”, poco meno di un anno fa, bruciarono Romano Prodi sbarrandogli la strada al Quirinale. Quella ferita si riapre continuamente. Da ultimo in occasione dell’approvazione della legge elettorale voluta dal premier in accordo con Berlusconi. Sulle “quote di genere”, sull’introduzione delle primarie, sulle preferenze il Pd si è spaccato ancora una volta. E molti non voteranno la legge nel suo complesso, come hanno annunciato.

Tutto, si dice ora, è nelle mani del Senato. Di quel Senato che dovrebbe essere abrogato, ma nello stesso tempo è chiamato a varare una normativa che varrà soltanto per eleggere i deputati. Fantastico. Una cosa del genere non si è mai vista in un Parlamento europeo, ma l’Italia ha il primato delle bizzarrie politiche, non per niente è combinata peggio di altri.

Non sappiamo che cosa sia cambiato nel Pd con l’avvento di Renzi che, come abbiamo notato tante volte, controlla il partito, ma non i gruppi parlamentari. Probabilmente niente. Le fazioni continuano come prima e peggio di prima a farsi una guerra spietata soltanto per garantirsi posizioni di potere interno. E ieri la prova è stata talmente chiara da non lasciare dubbi. Di questo passo non crediamo che lo statista di Pontassieve andrà molto lontano. Al Senato, dove si combatterà la madre di tutte le battaglie, Renzi è nelle mani di Berlusconi e di Alfano. Quest’ultimo se non otterrà quel che ritiene gli spetti, farà le barricate e comunque non garantirà i voti al punto di mettere a rischio governo e legislatura. Il Cavaliere non chiede di meglio e si appresta ad assistere ad uno scontro nella maggioranza godendosi lo spettacolo della sfiducia che numerosi senatori del Pd dichiareranno, con i voti, al loro segretario posto che i bersaniani già hanno annunciato opposizione a tutto ciò che non è passato per un soffio alla Camera e che, dunque,  riproporranno a Palazzo Madama. Il Nuovo centrodestra, invece, si assesterà sulla difesa delle preferenze e sull’abbassamento delle soglie di sbarramento: mica roba da ridere…

Ha un bel dire Renzi che il Pd non può permettersi di offrire l’indecoroso spettacolo che sta dando mentre lui ed i suoi ministri cercano affannosamente (e disperatamente) le coperture ai dieci miliardi di sgravi fiscali da destinare alle famiglie. Se ne faccia una ragione. Chi di primarie ferisce, di voto (in Parlamento)perisce. E consideri che è quantomeno bizzarro che un partito che ha fatto delle primarie il suo cavallo di battaglia per la determinazione degli assetti interni, non riesce, per quanto goda di una vasta maggioranza, a farle passare alla Camera come elementi della nuova legge elettorale. C’è qualcosa che non va. Ed è nel meccanismo del giocattolo. Ci guardi dentro Renzi, prima di imbarcarsi in nuove avventure. Se si sfascia completamente, lui, il meccanico, sarà il primo a salire sul treno che lo porterà a casa. Con un biglietto di sola andata.