Il kolossal “Noah” all’indice di islamici, cristiani ed ebrei: il film censurato in tre paesi arabi

Neanche è arrivato in sala che già ha conquistato un primato: Noah, il film di Darren Aronofsky con Russell Crowe, ha concentrato su di sé tante e tali polemiche, da battere persino i record di ostilità raggiunti dal Codice da Vinci o da La passione di Cristo. Un diluvio di critiche indirizzate al film, in uscita a fine marzo, che per ora ha prodotto una censura a macchia di leopardo in tre paesi Arabi: Qatar, Kuwait e Emirati Arabi.
Un divo di Hollywood nei panni del patriarca Noè fa storcere il naso alle principali autorità religiose dell’Islam, come agli spettatori cristiani ed ebrei che hanno potuto vedere il film in anteprime organizzate in Arizona e a New York proprio allo scopo di testare le reazioni dei fedeli: la figura di Noè, infatti, condivisa e amata da cristiani, ebrei e musulmani, non trova a detta dei detrattori dell’operazione cinematografica riscontro nell’evoluzione hollywoodiana del personaggio biblico. Oltre al fatto che la rappresentazione di Noè viola la legge islamica che non permette di dare un volto i profeti (come già nel 2006 le proteste contro le vignette danesi su Maometto hanno esplicitato senza riserve).
Insomma, l’idea di ritrovarsi sul grande schermo il patriarca/profeta versione Russell Crowe, prestante e valoroso, e naturalmente pronto ad annunciare con impeto gladiatorio e fascino glamour ai suoi contemporanei, l’imminente fine del mondo a causa di un apocalittico diluvio,  è un’immagine che fa infuriare le realtà di diversa matrice religiosa. Se a questo poi aggiungiamo un ridondante e magniloquente ricorso all’utilizzo di effetti speciali, prodigi digitali e magie virtuali, per le sequenze epiche del diluvio universale, la miscela diventa esplosiva: al punto tale da far saltare il kolossal dal circuito distributivo di diversi paesi del Medio oriente e Nord Africa, e di aggiungere ai dubbi di carattere religioso anche il sospetto che, in questa incursione targata Paramount nell’esegesi biblica, Noah finisca per caratterizzarsi come un eroe politically correct, come un paladino ante litteram dell’ambientalismo più radicale. E allora, «sciamano rurale», «hippie vegano», «scienziato ambientalista»: al povero Noè cinematografico è stato addebitato da parte di teologi, religiosi e critici, di tutto un po’.

Ce n’è abbastanza, insomma, perché Noè in versione kolossal – il film da 130 milioni di dollari con un cast stellare che, oltre a Russell Crowe, comprende anche Jennifer Connelly, Emma Watson e Anthony Hopkins – abbia attirato su di sé in particolare gli strali di Al Azhar, la principale autorità religiosa dell’Islam sunnita che, dando voci a perplessità e critiche, nelle ultime ore ha ribadito in un comunicato il divieto a rappresentare le figure dei profeti, perché sono «un’offesa nei confronti degli stessi profeti e dei principi della Sharia (legge islamica), e rappresentano una provocazione per i fedeli». Esattamente come in diversi paese americani i dubbi avanzati dai cristiani evangelici per alcune licenze poetiche che allontanerebbero la sceneggiatura del film dall’archetipo biblico, bloccherebbero – in maniera e misura diversa – il flusso degli spettatori nelle sale che la Paramount vorrebbe. E a poco valgono le scuse tecniche e le giustificazioni morali avanzate dalla major – nel tentativo di blandire ebrei e musulmani, e di tenere a bada anche  i cristiani più rigorosi – provando a smussare le polemiche con la semplicistica ammissione secondo cui il film non è «una traduzione letterale» della Bibbia, e accettando addirittura di specificare questa sorta di errata corrige nel trailer della pellicola. «Nonostante sia stata presa qualche licenza artistica, riteniamo che questo film rimanga fedele all’essenza, i valori e l’integrità di una storia che è una pietra miliare della fede di milioni di persone in tutto il mondo», si legge in un annuncio. Sforzi vani, che al massimo tamponeranno l’emorragia di spettatori messa in preventivo: «I censori di Qatar, Bahrein e Emirati Arabi Uniti hanno confermato ufficialmente che il film non uscirà nei loro Paesi», ha annunciato un rappresentante della Paramount Pictures a un’agenzia di stampa, aggiungendo peraltro che «lo stesso esempio sarà seguito anche in Egitto, Giordania e Kuwait». Non è un apocalisse, certo, ma una piccola catastrofe senz’altro…