Il governo inizia a ballare: primi due ko in Commissione sul decreto Delrio che riorganizza le Province

L’abolizione delle Province è il primo banco di prova di Matteo Renzi. Ma è già iniziata la corsa ad ostacoli: governo e maggioranza sono stati bocciati due volte in commissione Affari costituzionali al Senato dove si sono stati votati gli emendamenti al ddl firmato da Graziano Delrio.

Una riforma che oggi pomeriggio alle 15 approderà all’esame dell’aula di Palazzo Madama per l’avvio della discussione generale. Ma che dovrà comunque tornare alla Camera. In particolare, governo e maggioranza sono stati battuti su un emendamento dell’opposizione che restituisce alle Province le competenze sull’edilizia scolastica; mentre è stato bocciato l’emendamento del relatore che fissava un tetto all’indennità dei presidenti delle Province. Quest’ultimo, secondo indiscrezioni, sarà riproposto in aula. Non dovrebbe esserci, invece, alcun intervento correttivo sull’emendamento dell’opposizione. A essere decisiva sull’esito delle votazioni, è stata l’assenza del senatore di maggioranza Mario Mauro (Per l’Italia). Al termine di un animato dibattito è arrivato il via libera della Commissione. Soddisfatto il relatore, Francesco Russo (Pd): «C’è stata un’ottima collaborazione che ha portato a un miglioramento del testo rispetto a quello della Camera». Il voto finale è previsto per domani. Critico Roberto Calderoli della Lega Nord: «Sono riusciti nell’impresa di aumentare le poltrone. Così sono tutti contenti. C’è un aumento di enti, persone e, perciò, di costi. Non solo non hanno soppresso le Province ma hanno creato un nuovo livello amministrativo». Le principali novità  del provvedimento riguardano il numero di Città metropolitane, che saranno solo dieci senza la possibilità per i capoluoghi di Sicilia, Sardegna e Friuli Venezia Giulia di diventarlo. Esclusa la possibilità per le grandi Province (con un milione di abitanti) di diventare Città metropolitane. Confermato il commissariamento delle Province in scadenza fino al 31 gennaio 2014, il trasferimento di parte delle loro funzioni, e l’entrata a regime delle Città metropolitane il primo gennaio 2015. Province e Città metropolitane saranno organi di secondo grado. L’approvazione definitiva del provvedimento è comunque una corsa contro il tempo, perché se il ddl non verrà approvato entro fine marzo si rischia di far indire alle Province le elezioni  amministrative per eleggere i propri rappresentanti. Ad essere coinvolte nelle elezioni sono 52 Province a statuto ordinario e altre 21 già commissariate nel 2012-2013. Nel frattempo le Province hanno affilato le unghie. A un passo dal baratro dell’azzeramento hanno ripreso carta e penna e hanno fatto i conti per dimostrare che il loro peso sulle casse centrali è decisamente più basso rispetto alle altre realtà territoriali. Non dimenticando di sottolineare di aver fatto nel frattempo i compiti a casa, anticipando così il timing della spending review. Con il dossier “Riformare le istituzioni locali: le cifre reali di un percorso”, aggiornato a marzo 2014, le Province hanno tirato in ballo anche la mancata riforma del Titolo V e calcolato che nel decennio 2002-2012 le amministrazioni centrali dello Stato hanno speso 100,4 miliardi di euro in più (+28,2%). Stessa tendenza l’avrebbero espressa le Regioni, con un costo maggiore di 39,2 miliardi (+33,25), e i Comuni (+7,7 miliardi, +14%). Province al palo, con 1,1 miliardo in più nel decennio (+11,2%).