Il governo incassa la fiducia al Senato sull’abolizione delle Province. Uno spot ingannevole

Con 160 sì, 133 no e nessun astenuto il governo ha incassato la fiducia del Senato sul maxiemendamento al ddl Delrio per l’abolizione delle Province. Il testo, che recepisce le modifiche apportate dalla commissione Affari Costituzionali e le osservazioni della commissione Bilancio, torna ora alla Camera. Non senza uno strascico di polemiche. La fiducia ha provocato la spaccatura di “Per l’Italia”, che appoggia l’esecutivo e che è dovuto ricorrere a una riunione d’urgenza di fronte alla defezione di due degli undici senatori del gruppo. «Il ddl sembra un papocchio. Non partecipo al voto», ha spiegato il senatore di PI Tito Maggio, mentre il collega Maurizio Rossi aveva parlato della fiducia come di «un ricatto», annunciando che avrebbe votato no. Toni altrettanto aspri sono stati usati dalle forze di opposizione, che hanno contestato metodo e merito del testo, bollandolo ora come «pubblicità ingannevole», come ha fatto Annamaria Bernini di Forza Italia, ora come un «pasticcio delirante», come hanno fatto diversi esponenti della Lega. L’accusa mossa al premier è, sostanzialmente, quella di aver voluto forzare la mano su un provvedimento che non abbatte davvero i costi e gli apparati della politica, ma che può tornare utile per accreditare la sua volontà riformista. «L’abolizione delle Province, così come prospettata dal disegno di legge, fa risparmiare un’inezia a fronte degli oltre 8 miliardi di spese correnti, aggravando, per altro, i bilanci degli altri enti pubblici che saranno costretti ad assorbirne i dipendenti», ha spiegato la portavoce azzurra alla Camera Mara Carfagna, sottolineando che il testo «non è una rivoluzione, né tanto meno un riordino organico. È il prezzo che il governo intende pagare alla demagogia». L’abolizione delle Province è, in effetti, una riforma molto popolare. Un’indagine realizzata dell’Eurispes ha rilevato che oggi i favorevoli sono il 61,5% degli italiani, a fronte del 46,6% del 2011. Ma l’indagine non tiene conto del merito del ddl Delrio, giudicato «insufficiente» e «pieno di contraddizioni» non solo dagli avversari politici dell’esecutivo, ma anche dall’Unione delle Province italiane, che in questi giorni ha sottolineato sia che è un errore parlare di abolizione, visto che 107 Province continueranno a esistere, sia che la riforma «non produce risparmi, come ha chiarito la Corte dei Conti». Invece, ha spiegato il presidente dell’Upi, Antonio Saitta, «crea una grandissima confusione tra chi dovrà assicurare ai cittadini i servizi essenziali. Nella fase transitoria – ha avvertito – sarà un disastro».