Il fattore B per la sinistra oggi è Berlinguer, il santino che “cura” ferite, divisioni e contraddizioni

Il fattore B per la sinistra, in queste ore, in questi giorni, non è più Berlusconi ma Berlinguer. Il leader rimpianto, il leader senza eredi, il leader del comunismo “gentile”. Berlinguer che è “vivo in noi” (Pippo Baudo), Berlinguer “meravigliosamente inattuale” (Fausto Bertinotti), Berlinguer che saluta come colleghi anche i deputati missini (Gianfranco Fini), Berlinguer campione della leggerezza (Jovanotti), vero democratico (Scalfari), comunista ma anche anticomunista (Renzo Arbore). Berlinguer che ha molto da dire anche ai politici giovani di oggi pur se in modo paradossale: Giorgia Meloni lo rimpiange su Twitter (“dovrà tornare il tempo dei politici semplici, onesti e coraggiosi, di ogni idea” mentre Maria Elena Boschi svicola nella retorica (“ero troppo piccola, comunque lui fa parte della nostra storia”).

Ma la trappola della memoria avvolge gli eredi impietosa: perché oltre la commozione si cerca il “quid” scomparso, il “quid” che si nasconde come un graal dispettoso, introvabile. E la vera domanda cui rispondere è: il renzismo è compatibile con Berlinguer? No, quella storia finisce con i suoi funerali. La sua icona consente agli eredi di poter dire che i comunisti italiani sono stati, tutti, “diversamente comunisti” (ma anche loro sanno che la verità è diversa, che ha tante sfumature, alcune impresentabili…). Poi ci sono gli aedi del renzismo, come Fabrizio Rondolino, che si avventurano nell’impervia, impraticabile, strada del continuismo: la sinistra-non sinistra di oggi è conciliabile con Berlinguer perché lui aveva già cancellato l’ingombrante armamentario comunista, perché lui “aveva già sciolto il Pci” (Rondolino lo scrive oggi su Europa). Berlinguer risiede nelle emozioni degli eredi, non più nella loro prassi. Amen.

La trappola della memoria crea anche rancori. Achille Occhetto che si arrabbia perché lui nel film di Veltroni (“Quando c’era Berlinguer”, in sala dal 27 marzo) non c’è. Come si fa a parlare di lui senza parlare dei suoi seguaci? È che la memoria è sempre selettiva, concede trionfi, allori, aureole e cancella ciò che non è riuscito a diventare storia. E intanto determina, nell’immaginario collettivo, la convinzione che il Pci è stato per il nostro Paese qualcosa di innocente e puro, qualcosa di cui si può parlare con dolcezza, con rimpianto, con la generosità della rimembranza concessa a ciò che non può più interferire con il presente. E sarà un fiorire, a sinistra, di rievocazioni. Il film di Walter Veltroni farà da battistrada al potente fiume della memoria apologetica. La fabbrica dei santini lavora a pieno ritmo, mentre il renzismo si adagia come un plaid rassicurante sulle ferite inguaribili del Paese. Così, la prossima settimana si presenta a Roma il dvd su “Luciana Castellina, comunista” in omaggio alla fondatrice del manifesto. E fose Francesco Picoclo, col suo romanzo dove si raccontano i funerali di Berlinguer, vincerà il premio Strega. Il comunismo “innocente” che fa rima col conformismo. La memoria selettiva e compiacente, la celebrazione che cancella gli interrogativi. E chissà se, alla fine, tutto questo a Berlinguer sarebbe davvero piaciuto.