I “Carc” rovinano la visita di Napolitano per ricordare la distruzione di Cassino. E lui ringrazia gli alleati

Una ferita che ancora sanguina nei ricordi dei più anziani. A settant’anni dal bombardamento alleato che rase al suolo la città e l’Abbazia di Montecassino, il superbo capolavoro benedettino venuto giù come un castello di sabbia, tutta la zona intorno alla cittadina in provincia di Frosinone si è svegliata “blindata” dalle forze dell’ordine per l’arrivo del presidente  Giorgio Napolitano e le contestazioni annunciate nei giorni scorsi. La commemorazione storica della tragedia, che causò la morte di decine di soldati e civili che avevano cercato rifugio dalle bombe all’interno dell’Abbazia, diventa il palcoscenico per la protesta sociale e la contestazione al sistema Italia. «Napolitano non sei il nostro presidente» è uno dei cartelli sventolati dai manifestanti al passaggio del corteo presidenziale. Operai in cassa integrazione, precari, militanti di Rifondazione comunista ma anche nostalgici della guerra civile, come i militanti antagonisti di ispirazione leninista del Carc (comitato di appoggio alla Resistenza comunista), hanno presidiato la piazza De Gasperi vicino alla sede del Comune. Tra i duecento contestatori che hanno risposto all’appello a disertare la «parata di regime»  anche una delegazione di ex lavoratori della Videocon di Anagni, azienda di cinescopi per televisori, che ha esposto uno striscione invocando l’attuazione dell’accordo di programma per il rilancio dell’area industriale Frosinone-Anagni sostenuto con 81 milioni di euro, di cui 51 garantiti dalla Regione Lazio e trenta dal ministero dello Sviluppo Economico. A Cassino sono arrivate anche alcune decine di operai dell’Ilva di Patrica (altra fabbrica a rischio chiusura), della Multiservizi di Frosinone e del gruppo Rova. Dietro le transenne di piazza XVI Febbraio ad alzare la tensione è Guglielmo  Madde di Rifondazione comunista che grida alla censura. «Ci stanno impedendo di esprimere il nostro dissenso. Noi oggi contestiamo il presidente Napolitano e il sistema Italia, perché non ci sentiamo rappresentati da questo governo. Oggi non è una giornata di festa. Oggi qui si ricorda chi ha perso la vita sotto le bombe. Oggi protestiamo contro gli omicidi suicidi che di fronte ai problemi creati dalla politica trovano soluzioni impiccandosi». Non fa invece esplicito riferimento al brutale bombardamento dell’aviazione alleata l’anziano capo dello Stato, dal sincero passato comunista, che preferisce puntare la sua lezione sull’irrazionalità e la ferocia della guerra incappando in qualche definizione non poco felice di fronte alla popolazione di Cassino. «Non deve mai oscurarsi il senso della riconoscenza di noi italiani per i combattenti delle più diverse provenienze ed etnie che sotto le bandiere alleate furono impegnati per mesi nelle condizioni più ingrate nell’azione per superare la linea Gustav e aprire la strada alla liberazione di Roma». L’utilizzo del termine “gratitudine” di fronte alle bombe dei liberatori appare a dir poco inopportuno. O peggio, una scelta di campo ideologico: è possibile che la più alta carica dello Stato, garante dell’unità nazionale, non sia al corrente del dibattito storiografico che da anni si interroga sugli orrori e gli “errori” militari perpetrati delle truppe anglo-americani sulla popolazione italiana inerme?