Hollande “sfiduciato”, la destra riconquista la Francia e Marine guarda all’Europa dopo la significativa affermazione

La riconquista di Parigi attutisce appena la sconfitta di François Hollande. Il secondo turno amministrativo ha messo il sigillo sulla sconfitta del Partito socialista e neppure la freschezza e l’entusiasmo del primo sindaco donna della Capitale, Anne Hidalgo, possono sminuirla. L’Hotel de Ville sarà ancora abitato, dopo Bertrand Delanoe, da una esponente della gauche moderata. E’ la seconda volta nella storia della Quinta Repubblica. Se fosse vero il detto che Parigi è la Francia, in tutto il Paese dovrebbe registrarsi una forte tendenza socialista. Invece non è così. Più della vittoria dell’Ump che ha fatto incetta di municipi, più della rotonda affermazione di Marine Le Pen, il cui Front national  per la prima volta ha ottenuto milleduecento consiglieri municipali e s’è presa dieci città, sia pure non di prima fascia (scontando qualche delusione, come Perpignano  e Avignone) – ricordiamo che il partito era presente soltanto in novecento comuni su trentaseimila –  quello che balza evidente agli occhi è la disfatta del Ps e la sfiducia profonda verso Hollande a meno di due anni dall’elezione all’Eliseo.

Un malessere profonde scuote la Francia. E non è soltanto legato alle politiche europeiste che, come altri Paesi, la stanno strangolando. I cittadini sono delusi rispetto alle promesse non mantenute dal presidente e piegati dall’incertezza sociale che sta alimentando, come mai prima d’ora, un risentimento proprio in quelle fasce più deboli che, buttato a mare l’estremismo inconcludente di Melenchon, leader della sinistra unita ormai ridotta ai minimi termini, si stanno rivolgendo alla Le Pen quasi per disperazione. Lo prova il successo acquisito dal Fn nei centri in cui la disoccupazione è dilagante, i vecchi operai comunisti si sentono traditi, le politiche recessive hanno impoverito famiglie che fino a qualche anno fa campavano dignitosamente.

La diffidenza verso l’Unione europea è certamente parte di questo malessere sociale diffuso del quale pure s’è fatto interprete l’Ump: se destra e centrodestra superassero le incomprensioni e mettessero in comune ciò che unisce i loro elettori, otterrebbero una maggioranza talmente schiacciante da innovare profondamente la Quinta Repubblica che se dal punto di vista istituzionale funziona, sotto il profilo sociale è terribilmente ammuffita.

Ump e Fn -“nemici per sempre”, secondo alcuni gollisti ringalluzziti dall’insperato successo amministrativo – sono tuttavia uniti nella difesa dei valori morali e perfino patriottici (ma ci si può ancora dividere in nome dell’Algeria e dei pied noir?) che il Ps non perde occasione di offendere: la “loi Taubira” al riguardo è emblematica della comune opposizione delle “due destre” culminata in manifestazioni clamorose a Parigi come in tutta la Francia.

Di certo da qui al 25 maggio, data delle elezioni europee, ognuno accentuerà le proprie differenze. La Le Pen punta alla costituzione di un grande fronte antieuropeista continentale ma sbaglia i soggetti a cui rivolgersi. Una sovranista come lei che cosa ha da spartire con i sostenitori dei movimenti localisti come la Lega o i catalani che avversano più degli istero-europeisti la sovranità nazionale ritenendo che i confini delle piccole patrie – ma talmente piccole da essere irrilevanti se non in una koinè di tipo imperiale che non si vede di certo all’orizzonte – possano metterli al riparo dalle politiche di austerità e dall’ingerenza dei tecnocrati nelle loro comunità? L’interrogativo comincia a serpeggiare anche nelle file del Fn dove c’è chi sostiene che non basta una sorta di “sacra unione” contro Bruxelles e Francoforte per qualificarsi come partito di una nuova Europa dalle culture plurali e dalle identità riconosciute.

Temi che agiteranno la campagna elettorale. E non solo in Francia. Qui si vive nell’attesa che Hollande cambi registro dopo la batosta subita. Ma non sarà lo spostamento di qualche pedina nel governo a mutare l’indirizzo di una politica talmente contraddittoria da non essere capita neppure dai suoi ex-elettori. E neppure il richiamo in servizio dell’astro di Ségolène Royal potrà ridare smalto ad un presidente decaduto prima del tempo. La Francia è molto meno socialista di due anni fa, ma i suoi colori sono ancora indefinibili.