Guerra tra “correnti” alla procura di Milano, il Csm apre un fascicolo su Bruti Liberati

Il Comitato di Presidenza del Csm,l’organo di autogoverno della magistratura, ha aperto una pratica sull’esposto contro il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati presentato dal suo vice Alfredo Robledo. Il caso è stato ora affidato a due Commissioni, una delle quali competente sui trasferimenti d’ufficio per incompatibilità dei magistrati. Nella sua articolata denuncia, Robledo lamentava irregolarità nella gestione della Procura di Milano, in particolare nell’assegnazione dei fascicoli. Ora dunque dovranno essere due Commissioni di Palazzo dei Marescialli a verificare la correttezza dei comportamenti di Bruti Liberati: la Prima commissione dovrà valutare se ci sono gli estremi per un trasferimento d’ufficio del procuratore, la Settima Commissione concentrerà la sua attenzione sul piano organizzativo della Procura di Milano per verificare se il capo dell’ufficio se ne sia discostato. Erano stati nei giorni scorsi i consiglieri togati della corrente più moderata della Toghe, Magistratura indipendente, a chiedere che l’esposto di Robledo fosse assegnato alla Prima commissione, cosa che è puntualmente avvenuta.
Che il caso sia di particolare delicatezzz lo rivela il fatto che la pratica è stata secretata dal Csm. La decisione di “blidare” la vicenda è stata presa dal Comitato di Presidenza, l’organo di vertice di Palazzo dei Marescialli guidato dal vicepresidente Michele Vietti. Non è, tuttavia, la prima volta che viene adottata una misura del genere, a cui si fa ricorso in occasione di fascicoli particolarmente delicati, come nel caso specifico.
Nel suo esposto, Robledo parla di una serie di «non più episodici comportamenti» con i quali il procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, «ha turbato e turba la regolarità e la normale conduzione dell’ufficio» svuotando il pool anticorruzione. In che maniera? Secondo Robledo violando le regola di specializzazione e assegnando i fascicoli più delicati agli aggiunti Bocassini e Francesco Greco e a Piero Forno: da Ruby-Berlusconi a Formigni-San Raffaele e Gamberale-Sea, sino a una segreta nuova inchiesta di tangenti che verrebbe danneggiata. Al punto che Robledo, appunto, con un’iniziativa senza precedenti nella Procura milanese, giunge a denunciare l’asserita «violazione dei criteri di organizzazione vigenti nell’ufficio sulla competenza interna al Consiglio superiore della magistratura.
Un’iniziativa dirompente sulla quale, Bruti Liberati, interpellato, oppone il no comment, così come il procuratore aggiunto, Francesco Greco: «Non ho niente da dire, nessun commento da fare».
Ma se l’Anm si affretta a definire lo scontro non «una guerra in corso» ma normali contrasti che rientrano nella «fisiologia» di un ufficio giudiziario requirente, sposando, tuttavia, la posizione di Bruti Liberati e “scaricando” Robledo” (il capo di una Procura, sostiene il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, «ha ampi margini di discrezionalità» nell’assegnazione degli affari. E mentre negli uffici giudicanti l’attribuzione dei processi avviene con «criteri automatici», così non è nelle Procure, dove i «criteri sono complessi e lasciano margini di apprezzamento») – gli avvocati fanno quadrato attorno al vice della Procura milanese che ha presentato l’esposto. In nome della garanzia dei cittadini.
La vicenda, sostiene la Camera Penale di Milano prendendo posizione, non e’ solo «una questione riservata e interna alla magistratura» ma «il tema delle cosiddette “tabelle”, cioè dei criteri in base ai quali i procedimenti vengono assegnati agli uffici e ai singoli magistrati, riguarda direttamente la garanzia del cittadino».
Per i penalisti, infatti «la chiarezza dei criteri di assegnazione e la rigorosa applicazione degli stessi, intuitivamente, precludono la possibilità di assegnazioni “mirate” a scegliere o ad escludere un determinato magistrato, e, quindi, a canalizzare i procedimenti, all’interno degli uffici giudiziari, su magistrati privilegiati per ragioni che possono essere le più varie – orientamenti giuridici, o politico-giudiziari, disponibilità ad assecondare le scelte dei capi degli uffici – ma che, in ogni caso, andrebbero a tutto discapito della trasparenza e imparzialità dell’attività giudiziaria».
Il rischio, insomma, è che si possano realizzare situazioni di giudici “ad personam”.