Giorgia Meloni: via dall’euro, noi siamo il “patriottismo ambizioso”. E a Fini dice: sei tu che sei scappato di casa…

Quello che Giorgia Meloni propone ai delegati della Fiuggi due della destra, il congresso di FdI-An che si è aperto stamattina, si può definire “patriottismo ambizioso”. I toni dell’intervento di questa leader agguerrita e molto applaudita dalla sua gente sono assertivi, granitici, netti, polemici. Meloni chiama i “fratelli” al conflitto, perché non sarà facile recuperare l’entusiasmo. Eccoli, i toni scelti da Giorgia Meloni, proclamata presidente tra battimano scroscianti alla fine del suo intervento (le primarie avevano del resto già sancitoquesto esito): “Saremo padroni del nostro destino”. “La nostra scelta è incomprensibile per chi campa solo di tatticismi. Ma l’obiettivo non è salvare la poltrona”. “Avanti con l’avvenura per non far evaporare un mondo”.  Eccolo allora il patriottismo ambizioso: dove ci sono  la Grande Guerra, ma anche il Risorgimento e persino il tomismo medievale e i poemi cavallereschi, i borghi e le cattedrali. Bellezza e radici. La terra e la sovranità. La nazione e il merito.  “Tutto questo è di destra, di centro o di sinistra? Non lo so, so solo che è giusto”.

Il suo è il discorso dell’esordio di una nuova leadership. Un’occasione che pretende discontinuità. Così Meloni, dopo aver rivendicato le primarie e dopo aver ribadito che dovranno essere fatte anche per scegliere il futuro premier del centrodestra, snocciola il pantheon di riferimento: c’è Atreju (il personaggio che ha dato il nome alle feste di Azione giovani) e c’è Fabrizo Quattrocchi. C’è Giuseppe Prezzolini e c’è Don Chisciotte. C’è Ugo Foscolo e c’è Adriano Olivetti. C’è Paolo Borsellino e c’è il Pasolini della “destra divina che è dentro di noi, nel sonno”. Ma la sostanza arriva dopo, quando Giorgia Meloni lancia il tema forte delle prossime elezioni europee: “Il nostro rapporto con l’Europa nasce da un grande malinteso: noi non siamo la Grecia e il Portogallo, noi siamo la nazione che contribuisce di più in relazione al proprio prodotto interno lordo, penso sia arrivato il momento di dire che stare nell’euro a queste condizioni non conviene all’Italia. Sono convinta ormai che sia del tutto inutile provare a convincere la sorda Germania dunque l’Italia deve dire all’Europa che vogliamo uscire dall’euro perché all’euro serve l’Italia più di quanto l’euro serva all’Italia. E se diranno che siamo populisti chi se ne frega, meglio populisti che servi”. Sul palco arriva anche un mazzo di fiori, tra le ovazioni della platea. FdI non starà, dunque, nel Ppe.

Ma il discorso deve ancora avere il suo picco: mai più maggiordomi zelanti come Monti e Letta. E anche Renzi, accusa Meloni, andrà ad illustrare alla Merkel il suo jobs act. E ci andrà il 17 marzo, giornata in cui si celebra l’unità nazionale. “Vergogna Renzi, vergogna. Non ti azzardare per il tuo inchino alla Schettino a scegliere quella data. Devi scegliere un’altra data, l’otto settembre…”. Scattano tutti in piedi. In un applauso liberatorio. La nuova leader fa leva sull’orgoglio nazianale ma tocca anche la corda, sensibilissima, della memoria, ricomprendendo un passato ingombrante nell’evocazione di quella data, l’8 settembre, che da sempre, ininterrottamente, nelle memorie missine e postmissine è sinonimo di tradimento e di morte della Patria. Perché, ricorda ancora Meloni, c’è l’Italia di Sigonella e l’imbelle Italia di Ustica. L’Italia che non sa ottenere l’estradizione di Cesare Battisti. L’Italia che non sa riportare a casa i marò. Questi  i tasti del patriottismo ambizioso. Toccati da una piccola donna piena di energia.

La prima leader donna di un partito in Italia viene dalla storia dei reduci di Salò. Dalla storia virile dell’anticomunismo di piazza missino. Un controsenso? Meloni si stupisce dello stupore degli osservatori. Si sente fuori dalle contrapposizioni ideologiche e da donna regala alle donne, per l’8 marzo, una citazione di Charlotte Winton: una donna deve fare il doppio di quello che fa un uomo per dimostrare quanto vale. E poi, per stemperare quel po’ di virile cesarismo che a destra accompagna sempre la scelta di un nuovo capo, appare dietro di lei la foto ritoccata della famiglia Addams, in cui Giorgia è Morticia. Goliardia, il metodo privilegiato dal gruppo dei Gabbiani da cui lei proviene. “Sembriamo la famiglia Addams? Io peferisco pensare che somigliamo alla Compagnia dell’Anello”. Patriottismo ambizioso, appunto.

Quello che Fratelli d’Italia farà è difendere la legalità, il merito, le eccellenze del made in Italy, opporsi allo ius soli, recuperare le battaglie ecologiche che nel Msi fuorono condotte da Paolo Colli quando Grillo era ancora un comico che lavorava alla Rai. E ancora FdI punterà sui giovani. “Elkan pietà – dice Meloni dal palco – non farci pensare che tra te e Lapo il più credibile sia proprio Lapo…”. L’anti-bamboccione è il diaciannovenne Edoardo. Un militante tra tanti che crede ancora nel fare politica. Un “miracolo” possibile.

Porte aperte a tutti, ma non rinuncia, Giorgia Meloni, a polemizzare con il predecessore. Con l’artefice della svolta di Fiuggi del ’94 che ha usato parole sferzanti verso l’operazione Fiuggi due. Prima prepara la platea: vi chiedo silenzio. Basta fischi. Si fa sul serio. Il passaggio del testimone si è interrotto perché, è la tesi di Giorgia Meloni, qualcuno l’ha fatto cadere. E quel qualcuno è stato Fini: “Non accetto che si dica che siamo come bambini viziati. Siamo dovuti crescere da soli come i ragazzi che a un certo punto vengono abbandonati dal loro padre che scappa di casa e se ne va in giro per il mondo a sperperare un patrimonio”. Dura qualche minuto l’addio al vecchio leader. Per il finale si scelgono le note di Renato Zero, la canzone Più su: “La paura che senti è la stessa che provo io, canterai e piangerai insieme a me, Fratello mio”. Sventolìo di bandiere. La nuova leader c’è.