Dopo gli spot, la cruda realtà: alle aziende i soldi arriveranno (forse) a settembre

Un rapporto del centro studi Unimpresa aggiorna lo stato della crisi imprenditoriale nazionale, stigmatizzandolo in cifre e termini percentuali: e allora, sarebbero oltre 215.000 le imprese italiane che denunciano ancora crediti con la pubblica amministrazione.

Dunque, circa il 4,9% delle aziende nazionali è in attesa di quei pagamenti che, una volta erogati, potrebbero innescare una positiva reazione a catena, creando i presupposti con cui riuscire a mettere in moto la fatidica, e tanto auspicata, macchina della ripresa. Aziende a tutt’oggi sull’orlo del baratro, sul punto di licenziare i dipendenti, di chiudere il bilancio con un pesante segno negativo, in procinto di avviare una procedura di crisi o, peggio ancora, di avviarsi irreversibilmente verso il fallimento. E tutto, come noto, a causa dei ritardi di pagamento da parte della Pa.

A fronte di una situazione ormai al limite, il consiglio dei ministri ha approvato un piano che prevede di saldare, entro settembre, l’ammontare dei debiti. Decisione applaudita, tra gli altri, dal vicepresidente della Commissione Ue, Antonio Tajani, che a margine di un convegno Iai, ha dichiarato: «Bene la decisione del Governo di pagare i debiti, ma era meglio un decreto legge, perché significa pagare in tempi più rapidi: settembre vuol dire aspettare troppi mesi, e le imprese rischiano di fallire, con la perdita di ulteriori posti di lavoro». «È una vergogna – ha quindi aggiunto Tajani –; siamo i peggiori pagatori dell’Unione Europea. La Spagna, ad esempio, ha accentrato i debiti e ha pagato quasi tutto». Non solo: «Pagare i debiti della Pubblica amministrazione  – ha concluso il suo intervento in merito Tajani – permetterebbe la copertura dell’intera manovra annunciata dal presidente del Consiglio: infatti, pagando circa 40 miliardi, ne rientrerebbero dai 17 ai 19 come tasse. Sarebbe la copertura perfetta». È evidente però che, provvedere al pagamento dei debiti della Pa, è condizione necessaria ma non sufficiente: la questione fiscale, delineare linee guida indirizzate alla riduzione della pressione tributaria, e il nodo del credito bancario, restano emergenze cruciali da affrontare tempestivamente per non deteriorare ulteriormente il già precario stato di salute delle imprese italiane. Questioni pendenti che i vari governi che si sono succeduti – da quello tecnocratico di Monti a quello post elettorale di Enrico Letta – hanno sempre annunciato di voler risolvere, senza però riuscire mai a passare dalle intenzioni – proclamate a suon di annunci propagandistici – ai fatti concreti. Vertenze ancora aperte che ci si aspetta svettino tra le prime voci all’ordine del giorno dell’agenda del neonato Governo Renzi.