Dalle Termopili al David di Michelangelo. L’autocelebrazione dell’eroe Renzi sfiora la patologia

Va bene l’entusiasmo del neofita chiamato a un’impresa ardita, va bene l’iniezione di ottimismo per riscaldare la platea degli elettori, ma quando si imbocca il tunnel dell’autocelebrazione pomposa accompagnata da paragoni illustri si rischia di non vedere più la luce e di restare vittima del ridicolo. Nelle ultime ore l’ipertrofia dell’ego per Matteo Renzi sta diventando una patologia. Incassata la pubblica ammirazione di Angela Merkel, che si è detta «molto colpita» dal passo coraggioso del giovane premier, l’ex sindaco si è paragonato al David di Michelangelo, la celebra scultura cinquecentesca simbolo di Firenze, considerata un capolavoro dell’arte mondiale. L’opera ritrae l’eroe biblico nel momento in cui si appresta ad affrontare Golia: impresa titanica, appunto, come quella che si appresterebbe a compiere l’ex sindaco per cambiare  verso al Paese, per uscire dalle secche della crisi e portare l’Italia al governo dell’Europa per i prossimi vent’anni. Renzi aveva già utilizzato l’ingombrante paragone in un’intervista al Corriere della Sera lo scorso luglio quando studiava alacremente per l’esame di Palazzo Chigi. All’epoca disse testualmente: «Guardi, la mia immagine è quella del David. Può essere scontata ma quell’opera non è solo l’emblema della bellezza e della libertà civile. Michelangelo, quando gli chiesero come era riuscito a fare quella statua, rispose: basta togliere il marmo in eccesso. Ecco dobbiamo togliere quel che è in eccesso». Demolition man, insomma, si autocandida al capolavoro, forse inorgoglito dal consenso plebiscitario tributatogli dagli elettori di Caprese, il paese natale del Buonarroti in provincia di Arezzo dove raccolse il top delle preferenze della Toscana sfiorando il 95 per cento. Il ragazzo non è nuovo a metafore azzardate, sollecitato da Vanity Fair all’indomani della composizione del nuovo governo, in parte fotocopia della squadra di Letta, in uno dei suoi impareggiabili tweet paragonò i suoi coraggiosi ministri ai Trecento delle Termopili riservando per sé il ruolo di Leonida, simbolo della strenua difesa della civiltà greca contro i barbari invasori.

Al risveglio dal sogno tedesco, però, Renzi deve vedersela con la realtà dei fatti e i giudizi non proprio lusinghieri di chi, in Italia e all’estero, non si fa incantare dalla ruota del pavone e dalla retorica dell’epopea. Anche la stampa internazionale insiste sulla baldanzosa inesperienza di un «giovane che va di fretta». Il Financial Times dedica un’intera pagina al 39enne «che ha presentato un piano sensazionale per rilanciare l’economia» anche se i suoi numeri non tornano. Dietro la «lucida» presentazione del suo piano (mercoledì scorso raffrontato «con un noto venditore di pentole televisivo»)  – scrive il quotidiano della City – molto è stato lasciato non detto. Per Giovanni Toti l’esordio internazionale di Renzi si è concluso con un pareggio («Ha detto alla Merkel ciò che lei voleva sentirsi dire, Merkel ha dato generici apprezzamenti per il piano delle riforme. È andata come con Letta e Montiı), Ignazio La Russa trova «drammatico che il 17 marzo, Giornata nazionale dell’Unità, il nostro presidente del Consiglio sia andato a inginocchiarsi dalla Merkel e lo abbia fatto senza muovere una sola critica alla Germania» mentre i sindacati lo attendono al varco, «aspettiamo che il 27 maggio, nelle buste paga dei lavoratori interessati, ci siano i soldi che sono stati promessi».