Da 175 anni diciamo “Ok”. Ecco chi l’ha detto per primo e perché

Ok, una sillaba che appartiene al gergo apolide. Quello che non ha confini di comunicazione. Perché nell’esperanto intercontinentale è una delle parole comuni a idiomi e slang diversi. Non c’è paese del mondo dove non sia utilizzata e capita: tanto che persino sulla sua origine etimologica si alternano diverse interpretazioni e ascrizioni alle più disparate etnie etimologiche.

C’è chi sostiene derivi dal greco ola kalà (“tutto bene”). Chi è convinto che si debba a un’interlocuzione molto diffusa in Russia e nei paesi dell’ex Urss, dove si pensa possa riassumere i termini Ochen Khorosho (“molto bene”), grido usato dagli scaricatori di porto di Odessa, per segnalare agli equipaggi delle navi che l’operazione di scarico era terminata. Una storia a ritroso persino scenografata, in nome della quale si arriva a sostenere conseguentemente che, da lì l’abbreviazione ok avrebbe viaggiato per il mondo, attraverso i contatti tra la gente di mare. Ma non è tutto: in questa sorta di peregrinazione linguistica a caccia nel tempo e nello spazio contestuale dell’archetipo grammaticale originale, una traccia porta persino al latino: nell’impero romano era molto comune dire hoc est (“questo è”) come assenso. La sua contrazione e trasformazione sarebbe diventata, allora, secoli dopo, l’Ok che tutti conosciamo e utilizziamo. E in questo accavallarsi di ipotesi e suggestioni etimologiche, l’unico dato storico certo è che la magica parolina appariva nero su bianco per la prima volta negli Stati Uniti 175 anni fa, esattamente il 23 marzo 1839. A ufficializzarla e sdoganarla mediaticamente sarebbe stato il quotidiano Boston Morning Post, che a pagina 2, al termine di un articolo sarcastico contro un giornale di Providence, in Rhode Island, stampò la dicitura ok accanto alla frase “all correct” (“tutto a posto”). Per motivi ancora tutti da decriptare, la sigla si sarebbe diffusa da quel momento in poi in maniera che oggi definiremmo virale nell’America di quegli anni.

E allora, secondo Allan Metcalf, autore di OK: The Improbable Story of America’s Greatest Word, la sigla doveva essere l’abbreviazione di all correct che in quegli anni veniva spesso scritto dai giovani volontariamente errato, “oll korrect”, con effetti sembra esilaranti per i lettori dell’epoca. Un errore istituzionalizzato a mezzo stampa, che divenne presto una moda alternativa, che avrebbe nel giro di breve dilagato dai giornali al gergo politico, approdando persino nella campagna per le elezioni presidenziali americane del 1840, che vedevano in lizza il presidente uscente Martin Van Buren e lo sfidante William Henry Harrison. I sostenitori del democratico Van Buren decisero infatti di usare “OK” come marchio della loro propaganda: il presidente era nato a Kinderhook, stato di New York, ed aveva come soprannome “Old Kinderhook”, abbreviato nell’efficace OK.

Alla fine, Van Buren si rivelò non essere poi così Ok per gli americani, che elessero Harrison: ma tant’è. La mitica formuletta sillabica era ormai di uso corrente, fino ad entrare di diritto nel 1864 Slang Dictionary of Vulgar Words. E meglio ancora: fino ad essere, a tutt’oggi, espressione comune a tutto il mondo.