“Cum parole non si mantengono li Stati”. Renzi ricordi la lezione del fiorentino Machiavelli

Mettiamola così: per come ha impostato la sua strategia, Renzi è costretto a vincere lo scudetto. Per lui non esistono piazzamenti Uefa o ripescaggi in Champions: l’alternativa al titolo è solo la retrocessione. O la va o la spacca. Il premier ne è perfettamente consapevole e questo spiega la sua ansia da prestazione, gli annunci a gò-gò puntualmente diluiti nell’acqua opaca del compromesso o l’affanno che ne ingigantisce il respiro ogni qualvolta è costretto a passare dalle parole ai fatti. Non è ancora tempo di bilanci, ma le mosse da lui sin qui compiute non autorizzano certo ottimismi preventivi. L’Italicum che entro venerdì sarà licenziato in versione dimezzata a Montecitorio è solo un antipasto dei successivi accordicchi cui Renzi sarà ancora costretto ad acconciarsi in nome della stabilità. Proprio come un Enrico Letta qualsiasi.
L’impressione è che il premier sia riuscito finora solo ad imporre un diverso ritmo al ballo, che è però rimasto lo stesso. Ne avremo conferma la prossima settimana con l’approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove misure per il lavoro, l’ormai mitico Jobs act che stando almeno agli annunci dovrebbe alleviare sensibilmente la piaga della disoccupazione, soprattutto giovanile. Vedremo. È fin troppo evidente che se strada facendo anche questo strombazzato provvedimento dovesse ridursi ad un elenco di buone intenzioni o – peggio – ad essere percepito come la risultante di paralizzanti veti incrociati, a quel punto sarebbe del tutto legittimo chiedere a Renzi di ripresentarsi in Parlamento per rideterminare in maniera solenne gli obiettivi del suo governo, munendoli di coperture finanziarie certe e scadenze credibili. Un premier simil-futurista, tutto tweet e velocità, può anche andar bene a patto, però, che abbia chiaro qual è il traguardo e soprattutto il tempo entro cui riesce verosimilmente a tagliarlo. Finora abbiamo invece assistito ad una quotidiana sovrapposizione di annunci e di promesse, come se tutto facesse parte di un gioco birichino piuttosto che di un serio impegno di governo.
L’Europa sembra essersene già accorta, purtroppo. Lo segnala il declassamento che ha propinato in queste ore all’Italia per bocca del commissario agli Affari economici, Olli Rehn, secondo il quale nel nostro Paese esistono ancora “eccessivi squilibri macroeconomici”. Per il governo non è un buon viatico, anzi è un ritorno al recente passato. Si riaffaccia la stagione dei “compiti a casa”, dell’Italia sorvegliata speciale e delle riforme da realizzare per riconquistare fiducia e credibilità. Ma è soprattutto la prova che l’effetto Renzi a Bruxelles non ha incantato nessuno e che il premier non godrà di alcuno sconto rispetto agli impegni assunti dai suoi predecessori in sede comunitaria.
Renzi è ancora in luna di miele con l’opinione pubblica e non può deludere il contesto confindustriale e sindacale che ha accolto in misura tutt’altro che ostile il suo ingresso a Palazzo Chigi. Ma in politica non ci vuole molto a cambiare i giudizi e a far girare il vento, specie in tempi come gli attuali segnati da una crisi devastante. E finora il premier è apparso molto più preoccupato di stupire che di agire, più incline ad annunciare che a fare. Ha dimenticato, forse, che fu proprio un altro fiorentino, Machiavelli, ad ammonire che “cum parole non si mantengono li Stati”. Che poi è come dire che senza gol non si vincono gli scudetti.