Con la “parità di genere” si offende l’intelligenza di tante donne e viene umiliato il merito. Una richiesta autolesionista

Questa storia delle quote di genere sta diventando stucchevole. Ritorna periodicamente per ricordarci lo spazio che le donne dovrebbe avere per legge nelle assemblee elettive. E a tal fine pretendono posti in lista che le garantiscono. In che misura è incerta e contraddittoria. Le fondamentaliste vorrebbero la parità assoluta. Ma c’è chi si accontenta di meno, del quaranta per cento o anche del trenta. Soltanto in virtù della oggettiva “differenza” rispetto al maschio.

La democrazia si fonda anche sui numeri, com’è noto. Ma i numeri non possono garantire per legge una buona democrazia. E allora questa storia della parità che poi non sarà mai parità almeno nella normativa elettorale il discussione, si scontra proprio contro il senso profondo della democrazia qualitativa, un aspetto poco praticato in Italia dove, come si sa, la maggior parte delle donne che siedono in Parlamento, non diversamente dai maschi, sono state cooptate dalle segreterie dei partiti a forte  prevalenza maschile. Il problema non quello di avere più donne in lista, in posizioni tali da essere “garantite”, ma trovare donne e uomini meritevoli di rappresentare il loro territorio, il loro partito, le loro idee politiche al meglio. Se in un collegio dovessero essere individuate più donne di valore rispetto ai maschi, per quale motivo non le si dovrebbe valorizzare al punto da metterle tutte in lista con buona pace dei maschi che non hanno le stesse qualità? Lo stesso discorso vale all’inverso, naturalmente. Insomma, il criterio dovrebbe essere semplicemente meritocratico piuttosto che di “genere”, come si dice oggi. E soltanto approcciando in tal modo la riforma stessa della democrazia forse è possibile avere una classe politica migliore.

Renzi ha sbandierato come una sua conquista l’aver portato otto donne al governo. Ma se ne avesse individuato dieci o dodici o anche di più tenendo conto di viceministri e sottosegretari, perché non metterle tutte nei posti-chiave con buona pace di maschi ottusi che inevitabilmente avrebbero gridato alla discriminazione?

E’  ridicolo, quindi, oltre che offensivo per le donne stesse pretendere posizioni blindate in lista (e non ci imbarchiamo in disquisizioni di carattere costituzionale) per legge. Non ha alcun senso. Se in applicazione di questo bizzarro criterio si dovesse sacrificare un maschio di alta levatura per favorire una donna modesta, chi potrebbe ritenerlo giusto oltre che utile per il Paese? E naturalmente vale anche il contrario.

Ultimo appunto. Un consistente numero di parlamentari donne pretende il quaranta per cento di posti nelle teste di liste. Ma si sono accorte che è passato il principio, dapprima negato, delle pluricandidature? Con questo sistema basta che una sola donna occupi tutte le caselle disponibili di capolista ed il gioco è bello che fatto. Perché farsi prendere perfino in giro da chi, magari in malafede – ed è certo che c’è – contesta la richiesta delle donne. Le quali una battaglia dovrebbero ingaggiarla: quella di vedersi riconosciuto il merito tante volte negato attraverso la riforma dei partiti stessi. Ma questo è un altro discorso…