Caso-Gagliardi, retata tra i dipendenti dell’aeroporto di Caracas. E la Cucinotta querela Saviano

Scattano i primi arresti in Venezuela per la vicenda di Federica Gagliardi, fermata lo scorso 13 marzo a Fiumicino, appena sbarcata da un volo proveniente da Caracas, con un trolley e uno zainetto imbottiti con 24 chili di cocaina. La polizia venezuelana ha arrestato stanotte sette persone nel quadro dell’inchiesta sulla trentunenne che, evidentemente, non aveva trovato ostacoli all’imbarco in aeroporto a Caracas. Una delle prime domande che si era posti gli investigatori italiani era proprio come la donna, che ora rischia una condanna da 8 a 20 anni di reclusione, fosse riuscita a passare indenne i controlli in partenza con quei 24 chili di droga nei bagagli. E subito si era capito che c’era una falla nella vigilanza, o meglio che qualcuno aveva, evidentemente, aiutato l’intraprendente italiana a bypassare le verifiche. Secondo fonti della sicurezza citate dal quotidiano Ultimas Noticias, fra le persone arrestate stanotte nello stato di Vargas, a nord del paese, sul Mare Caraibico, si trovano due funzionari pubblici e 4 lavoratori dell’aeroporto Maiquetia, lo scalo aereo internazionale di Caracas.
Il giornale venezuelano ricorda, nello stesso articolo, che il 19 settembre 2013 la polizia anti-droga francese aveva scoperto 1.300 chili di cocaina pura, contenuta in 30 valigie che non appartenevano  ad alcun passeggero a bordo di un aereo Air France proveniente da Caracas. In quel caso vennero arrestate 22 persone, otto militari e 14 lavoratori della compagnia aerea e dell’aeroporto Simon Bolivar, dal quale il volo era decollato.
Ai finanzieri che l’avevano fermata all’aeroporto di Fiumicino, il 13 marzo scorso, la Gagliardi, scoppiando a piangere, aveva detto: «Sono stata fregata. Ero andata in Sudamerica per accompagnare un uomo di affari in viaggio di lavoro. Lì, a Caracas, sono stata ospite di ambienti governativi, di alti funzionari dello Stato. A un certo punto, prima di lasciare l’albergo, mi è stato detto che avrei dovuto portare dei documenti. E io mi sono fidata. Solo quando a Fiumicino mi hanno controllato il trolley e ho visto che molti dei miei effetti personali erano spariti, ho capito che l’avevano manomesso».
E intanto finisce davanti al tribunale la querelle fra Roberto Saviano e l’attrice Maria Grazia Cucinotta che, assieme al marito, l’imprenditore cinematografico Giulio Violati, ha denunciato per diffamazione e calunnia lo scrittore  per le gravi accuse inerenti l’arresto della Gagliardi.
Alla base della vicenda ci sono i pesantissimi post sui propri profili Twitter e Facebook  con i quali lo scrittore insinuava sostanzialmente che la donna arrestata fosse stata introdotta nell’allora comitato elettorale di Renata Polverini da Violati e che lui e la Cucinotta fossero legati a cosche della ‘ndrangheta e a traffici di stupefacenti.
Il 14 marzo scorso, sulla sua pagina Facebook, Saviano aveva scritto un messaggio pesantissimo: «Federica Gagliardi aveva lavorato nel comitato elettorale della disastrosa governatrice del Lazio Renata Polverini, dove l’aveva portata Giulio Violati, manager nel settore cinematografico e marito di Maria Grazia Cucinotta. Ecco che ritorna questo nome. Lo scorso anno l’inchiesta Lybra della Dda di Catanzaro aveva spiegato come Francesco Comerci, accusato dall’antimafia di essere al servizio dei Tripodi di Porto Salvo, cosca legata ai potenti Mancuso di Limbadi, avesse cercato di ottenere appoggi per vincere un appalto a Roma proprio attraverso Giulio Violati, che dall’inchiesta risultava in ottimi rapporti con le alte sfere della politica, tanto da essere presentato agli uomini di ‘ndrangheta come “onorevole” anche se in realtà non lo era. L’incontro con Violati era avvenuto addirittura in un ufficio-articolazione della Camera dei Deputati a Palazzo Marini, in piazza San Silvestro. Violati – secondo l’indagine – si era rivelato un contatto con ottime entrature, in grado di alzare il telefono e fissare subito un appuntamento tra il responsabile di Medialink, azienda tenuta sotto scacco dalla ‘ndrangheta, e il Presidente di Unindustria Roma (appuntamento che in seguito venne annullato). Dopodiché si era congedato elegantemente dal gruppo e aveva invitato tutti a continuare la conversazione nello studio di uno dei presenti, il loro comune amico Mario Festa, imprenditore di Rovigo ma residente a Gaeta. A quest’ultimo era toccato il “lavoro sporco”: era stato lui, infatti, a proporre al titolare di Medialink, come condizione per poter promuovere la sua azienda sul mercato degli appalti pubblici, di entrare a far parte di un club e di stipulare un contratto di consulenza per un importo iniziale di 50.000 euro a favore di una società non meglio precisata. Funzionava così il “sistema Festa”: mazzette mascherate da un fittizio incarico di consulenza in cambio della promessa di appalti pubblici».
Come se non bastasse, il 17 marzo, su Twitter, Saviano aveva rincarato la dose ricamando sulla vicenda con allusioni pesantissime. E provocando, a quel punto, la reazione della coppia. «Violati dice di non conoscere la Gagliardi, ma non chiarisce i rapporti con Comerci, uomo vicino alla ‘ndrangheta, per la Dda di Catanzaro», aveva scritto Saviano.
«La notizia è falsa e diffamatoria», sottolinea in una nota l’attrice siciliana. Che ricorda come Saviano, in due post «pubblicati nelle date del 14 e 17 marzo 2014 sul suo profilo Facebook e Twitter, del tutto apoditticamente, ha accostato le figure di Giulio Violati e Maria Grazia Cucinotta a cosche della ‘ndrangheta ed a traffici di stupefacenti».
«I post di Saviano – aggiunge Maria Grazia Cucinotta – sono stati l’input per commenti offensivi e populisti, anche a carattere personale, da parte di coloro che, privi della conoscenza dei fatti, e solo sulla base di esternazioni dello scrittore, hanno ritenuto che io e mio marito, fossimo legati a cosche operanti nel territorio di Roma e che facessimo uso di sostanze stupefacenti. Tali false e diffamatorie affermazioni hanno determinato una grave lesione della nostra reputazione e dell’immagine di personaggi pubblici, da sempre estranei a qualsivoglia attività illecita». In effetti la rete si è scatenata sulla base delle falsità scritte da Saviano. Il risultato è stato una pioggia di offese e insulti alla coppia messa alla berlina da Saviano di fronte ai suoi oltre 640.000 fans su Twitter e ai quasi due milioni di persone che lo sostengono su Facebook.
Di qui la decisione di procedere a querela per diffamazione e calunnia. «Abbiamo dato mandato ai nostri legali – rivela l’attrice messinese – di tutelare i nostri diritti e porre fine a questo oltraggioso comportamento». Peraltro la Cucinotta rettifica anche quanto sostenuto da Saviano sul nome della persona che introdusse la Gagliardi, proveniente dalle fila dei sostenitori del centrosinistra, dentro il comitato elettorale della Polverini, candidata alle elezioni regionali del Lazio del 2010. Quella presentazione non fu opera di Giulio Violati. «Mio marito – scrive Maria Grazia Cucinotta, – conobbe la Gagliardi «durante la campagna elettorale, ma la presentazione della signora Gagliardi al comitato elettorale avvenne per il tramite dell’allora consigliere comunale con delega all’Ambiente della Giunta Alemanno, Francesco Maria Orsi».
Rincara la dose l’imprenditore cinematografico: «È un’assoluta sciocchezza che sia stato io a portare la Gagliardi nel comitato della Polverini. Lei venne presentata alla lista civica Insieme cambiamo dall’allora consigliere comunale Francesco Maria Orsi. Io non so null’altro».
Orsi, ex-delegato di Alemanno al Decoro, finito nei guai nel 2011 prima per un’inchiesta giudiziaria sui festini a base di cocaina e prostitute con accuse che andavano dal riciclaggio alla corruzione (vicenda poi archiviata) e, poi, rinviato a giudizio, a maggio del 2012, per una maxitruffa da un milione e 200mila euro per alcune case mai consegnate, alza le spalle: «Violati dice questo? Uffa, ‘sta Gagliardi? Che palle! Io l’ho incontrata lì al comitato. Non so chi la portò. Ma so, ad esempio, che di recente, aveva lavorato per un candidato che sosteneva Ignazio Marino sindaco di Roma. Insomma, era tornata dal lato del Pd».
In effetti la Gagliardi, politicamente parlando, sembra un’anima in pena. Figlia di una fioraia e di un buttafuori, ambiziosa e intraprendente, nel 2008 la Gagliardi viene assunta presso la segreteria del senatore dell’Italia Dei Valori, Stefano Pedica. Pedica oggi, dopo il clamoroso arresto della Gagliardi, giura di non ricordarsi di lei. Ma sul web, l’ex-parlamentare Idv, Giuseppe Vattinno, (salito agli onori della cronaca per un’interrogazione sugli Ufo) lo incenerisce  così: «l’ex senatore Stefano Pedica IdV che addirittura l’aveva nel suo staff elettorale nel 2008 e che ora “non la ricorda”. Molto strano perché invece noi tutti che eravamo in IdV la ricordiamo benissimo».
Nel 2009 la Gagliardi viene inserita addirittura nel listone dell’Idv per le comunali a Roma. Forse Di Pietro e i suoi colleghi hanno visto nella Gagliardi una politica di razza. Chissà. Fatto sta che la futura trafficante di droga riesce a raccogliere, in tutta Roma, 24 voti. Una debaclè elettorale devastante che induce la donna a lasciare l’Idv. E ad approdare, nel 2010, alla Regione Lazio. Dove viene assunta – e qui c’è da chiedersi chi è il suo pigmalione – a tempo determinato come dipendente regionale nel segretariato generale della Regione Lazio. Facendo capolino nel comitato elettorale della Polverini. Dove riuscirà a ottenere, come racconta lei, di poter far parte dello staff che accompagna Berlusconi al G8 a Toronto, in un viaggio fra i grandi della terra. Obnubilata dal profumo del potere, convinta di essere riuscita ad agguantare il suo sogno, la rampante trentunenne si spingerà persino a chiedere a Berlusconi di potersi sedere a tavola fra lui e Gheddafi nella cena di gala che il 30 agosto 2010 viene offerta in onore dell’allora leader libico, ottenendo un fermo rifiuto. Da quel momento verrà, via via, allontanata.