Caro Renzi, abolendo le province stai uccidendo il “porco sbagliato”

Per dirla con Winston Churchill, Renzi sta uccidendo il porco sbagliato. Non sarà certo la soppressione delle province a rimettere in sesto i costi pubblici e a sfoltire la giungla decisionale che paralizza la vita e l’economia italiana. Avrebbe di certo mostrato più coraggio riformatore e più aderenza alle reali esigenze nazionali se il premier avesse deciso di dare una bella sforbiciata a quelle autentiche macchinette mangiasoldi, mostruoso monumento alla moltiplicazione del debito pubblico che sono le inefficienti e sprecone regioni italiane. E dire che il premier ha pure messo nel cantiere delle annunciate riforme il micidiale Titolo V, vale a dire quella parte della Costituzione che ha sovrapposto funzioni, competenze e ruoli tra lo Stato centrale e le regioni con conseguente ed esponenziale incremento del contenzioso istituzionale davanti alla Consulta.

Sarebbe stato perciò preferibile cominciare proprio da qui, dalla chiarificazione in sede costituzionale delle competenze. Pensate a quale sollievo avrebbe arrecato ad imprese, cittadini, investitori sapere che su alcune materie decide solo lo Stato, su altre solo le regioni. Stop al condominio normativo ed alla confusione decisionale. Invece, Renzi ha preferito mettere nel mirino l’istituzione più in ombra, quella provinciale appunto, in base al calcolo che non ne avrebbe ricevuto particolare resistenza. Calcolo sbagliato: il ddl Del Rio ha superato l’esame del Senato per un pugno di voti, appena tre, grazie soprattutto ad una ventina di assenti nel gruppo di Forza Italia, la cui opposizione responsabile probabilmente prevede anche la ritirata strategica di fronte alla difficoltà dell’avversario. Per consentirne l’approvazione, il Consiglio dei ministri è stato costretto a ricorrere alla fiducia.

Se il coraggio di un governo si misura soprattutto dalle priorità che decide di darsi, la scelta di tagliare le province – quando è chiaro anche ai bambini che sono le regioni a far lievitare il debito pubblico ed è la loro bulimia legislativa a causare la paralisi istituzionale – conferma quel che molti cominciano a sospettare e cioè che Renzi punti molto sull’effetto annuncio senza troppo curarsi del merito delle soluzioni. Prova ne sia che ha presentato il provvedimento del governo come la fine della mangiatoia per 3000 politici e stimando un risparmio di almeno 3 miliardi. Due vere bufale: gli amministratori provinciali saranno in parte sostituiti da sindaci e consiglieri metropolitani, le cui indennità saranno però più elevate, mentre non è dato capire da dove sbuchi il taglio alla spesa visto che il personale passerebbe in blocco alle regioni, i cui contratti sono di certo più onerosi di quelli provinciali. Comunque sia, una riforma della filiera istituzionale non può fondare la propria ratio sulla esigenza di tagliare i costi della politica (e neppure li taglia) e non su quella di liberare lo Stato da lacci e lacciuoli. È la prova che la comunicazione è ormai l’anima della politica, esattamente come la pubblicità è l’anima del commercio.

Nel 2001, nella speranza di catturare i voti leghisti, fu la sinistra ad approvare l’attuale Titolo V della Costituzione, salvo poi pentirsene nella speranza di farne perdere le tracce. Oggi, un paccotto simile cerca di spacciarlo Renzi nel tentativo di inseguire l’antipolitica sul suo stesso terreno. L’unica differenza è che se – come temiamo – sta uccidendo il porco sbagliato, ad essere inseguito sarà lui. Buona fortuna.