Brevi note (non conformi) sul ritorno della destra a Fiuggi

Sta passando un po’ troppo sotto silenzio il primo congresso di “Fratelli d’Italia – Allenza Nazionale” fissato in quel di Fiuggi, luogo dall’elevatissimo valore simbolico non solo per la destra ma per l’intera politica italiana. Non stupisce che la notizia delle assisi di un piccolo partito, presente per altro solo alla Camera, finisca per soccombere davanti ai mille fronti mediatici e persino gossipari assaltati quotidianamente dalla cronaca politica ma, al tempo stesso, nulla tuttavia può impedire a quel partito di considerare questa coltre di indifferenza come una sfida da vincere con la forza delle idee.

Finora Fdi ha puntato sulla freschezza dell’immagine della sua leader, Giorgia Meloni, ha strizzato l’occhio all’antipolitica dilagante con una martellante battaglia contro il privilegio delle “pensioni d’oro” e sta sostenendo in esclusiva la sacrosanta causa dei nostri due Marò, Girone e Latorre. Temi “caldi” e di certo importanti, ma troppo somiglianti ad una pesca delle occasioni per poter sagomare il profilo di una destra di governo quale FdI ambisce ad essere a maggior ragione oggi che reca nel proprio logo il simbolo di An.

Il banco di prova potrebbe però arrivare presto con le annunciate riforme costituzionali, a cominciare dal Titolo V della Costituzione sui poteri delle regioni. Non sarà difficile per un partito nei cui atti ufficiali risuona spesso il tema della sovranità nazionale quale antidoto alle ingerenze europee, riuscire a declinarlo anche in funzione di vaccino contro la bulimia regionale. La riscrittura delle competenze legislative è uno spazio fin qui affollato solo di chiacchiere e buoni propositi. Al contrario, trattarlo con il bisturi è ormai un’esigenza posta dai segmenti più vitali della società, soprattutto quelli interessati ad accorciare e non a divaricare la forbice tra Nord e Sud.

Solo ieri la Corte dei Conti ha certificato nero su bianco i costi causati al Mezzogiorno dall’ubriacatura regionalista, stimabile in un più 120 per cento di imposte locali. Un salasso insopportabile che si trasforma in acqua gelata per chi aveva scommesso su procedure più snelle e su decisioni più veloci una volta trasferiti poteri e competenze da Roma a Napoli, a Bari o a Reggio Calabria. Scommessa persa: il rospo del federalismo non si è mai trasformato nel principe azzurro capace di risvegliare la stremata economia del Sud. E non è che ne abbia almeno beneficiato il Nord. Neanche a palarne. Insomma, una perdita che più netta non si può. Vale la pena continuare in questa sorta di accanimento terapeutico solo per non turbare l’impolitica serenità del centrodestra? Certo che no, anche a costo di spruzzare un po’ di spray urticante negli occhi dell’alleato leghista. Lo esige l’interesse nazionale e non solo quello del Sud. Così come è l’interesse nazionale ad imporre di non stringere a danno del Mezzogiorno la doppia tenaglia fiscale della tassazione sugli immobili e dell’aumento dell’Iva e delle accise come cura per rientrare dal deficit. È esattamente quel che ha fatto il governo Letta fingendo di dimenticare che anche nel 2013 il Sud ha perso più del Nord in termini di produttività, reddito e forza lavoro. È fin troppo evidente che un campano guadagna meno della metà di un lombardo e se la base imponibile si sposta sulla casa e sui consumi, cioè due voci indipendenti dal reddito, è il campano a pagare doppio il peso della crisi. Prima come percettore di un reddito più basso e poi come contribuente di manovre fiscali che tutto tassano tranne che il reddito. E questa è solo una delle tante questioni che potrebbe illuminare di nuova luce la destra italiana.

Nessuno vuole che FdI-An si converta ad un leghismo rovesciato, ma è legittimo chiedergli di farsi interprete non improvvisato e non occasionale di un Mezzogiorno nazionale proponendone il reinserimento in Costituzione, esattamente dove si trovava prima che la sciagurata riforma voluta dal centrosinistra nel 2001 lo radesse al suolo nel vano tentativo di inseguire elettoralmente la Lega. Del resto, in un momento in cui Forza Italia sembra fare il verso a Salvini ed il Ncd di Alfano è impegnato a sostenere un governo non molto diverso dal precedente, l’onere di offrire una chiave di lettura nazionale alla soluzione della crisi spetta proprio a FdI-An. Nel centrodestra, se possibile. Fuori dal centrodestra, se necessario.