Alfano va in cerca di gloria all’ombra di Renzi. Ma solo se cancella le liste bloccate diventa protagonista

Bastava ascoltare il tono accorato di Angelino Alfano e fissarne l’espressione melodrammatica mentre spiegava al Tg la manovra anticrisi annunciata dal premier per rendersi conto che il ciclone Renzi, in assenza di adeguate contromisure,  può ridurre il centrodestra ad un mucchio di macerie. E dire che il leader del Ncd stava magnificando il lavoro del governo. Ma nelle sue parole si coglieva più l’affanno di chi rincorre il successo altrui che l’orgoglio di chi rivendica la paternità di un risultato. Una sorta di “ehi, ci sono anch’io!” che suona impietosa fotografia di una difficoltà: quella di chi avverte il pericolo di restare escluso dall’eventuale successo del governo ma di finirne schiacciato in caso di fallimento.

L’affannosa performance di Alfano non convince nessuno: se la ricetta antideclino è farina del suo sacco, non si capisce perché non l’abbia suggerita a Letta quando questi sedeva a Palazzo Chigi. E se lo ha fatto ma senza successo, non si comprende perché abbia continuato a sostenerlo pur possedendo i numeri per farsi ascoltare e rispettare. “Elementare, Watson!”. Insomma, comunque la si metta, è fin troppo evidente che, almeno nella percezione di questa fase politica, l’ex-pupillo del Cavaliere si trova relegato in una posizione assolutamente marginale.

In politica le scorciatoie sono illusorie e ingannatrici ma il Ncd non ne sembra ancora consapevole. Eppure, il distacco di questo partito da Forza Italia non era privo di motivi seri e fondati. Prevalse, tuttavia, la volontà di non spezzare del tutto il cordone ombelicale che legava gli scissionisti a Berlusconi (soprattutto al suo elettorato) e questo li convinse a puntellare la propria scelta nell’opinione pubblica come prova di responsabilità verso il governo piuttosto che come necessità imposta da visioni inconciliabili sul modello di centrodestra da offrire agli elettori. È stato perciò fin troppo facile per il Cavaliere additarli come traditori e poltronisti. Una taccia da essi stessi paradossalmente confermata quando non hanno opposto resistenza alcuna alla defenestrazione di Letta, al cui sostegno solo pochi mesi prima avevano sacrificato l’unità di Forza Italia. E così sono rimasti intrappolati nello schema di partito responsabile dal quale pensavano di trarre beneficio. Renzi, gran furbacchione, se n’è accorto e si è convinto che Alfano potrà abbaiare, mai mordere. Tollera che vada in tv a rivendicare quel che gli spetta o che si autoproclami sul campo “sentinella antitasse” solo perché pensa che da lì problemi veri non ne gliene verranno mai. Se sia esatto o no lo scopriremo presto al Senato, dove è approdata la legge elettorale. Alfano aveva annunciato guerra senza quartiere alle liste bloccate. Ora ha la possibilità di dimostrarlo, visto che il suo gruppo a Palazzo Madama può risultare determinante.

La legge elettorale è il cuore della strategia renziana perché è lì che il premier ha stretto l’accordo con Berlusconi ed è lì che sta sperimentando la tesi della doppia maggioranza – una per le riforme, l’altra per il governo – che rischia di trasformarsi in un micidiale stress-test da cui l’intero centrodestra uscirebbe irreversibilmente lacerato. Per Alfano è una morsa cui può sottrarsi solo se cancella le liste bloccate dall’Italicum. È l’unico modo per intestarsi da protagonista un pezzo del cambiamento: restituisce lo scettro della sovranità ai cittadini e libera il centrodestra da “cerchi magici” più consoni ad una corte che ad un partito. Può sembrare poco, ma non lo è.