Alberto Torregiani porta al congresso di FdI la ferita del caso Battisti: «L’Italia si è fatta umiliare»

«Solo chi l’ha provato sulla propria pelle può capire che cosa sia il dolore, un dolore che si protrae negli anni quando poi non c’è stata giustizia». Alberto Torregiani è a Fiuggi, al congresso di Fratelli d’Italia. «Sono sempre stato di destra», spiega, «in An e nel Pdl. Ora mi piace partecipare a questa nuova avventura politica, perché la speranza che qualcosa cambi non si spegne». La storia di Alberto è nota. La sera del 22 gennaio 1979 suo padre Pierluigi era in una pizzeria con i suoi gioielli portati a una dimostrazione televisiva, ma nel locale entrarono dei rapinatori. Torregiani è minacciato, reagisce con la sua arma e ne consegue una sparatoria che conta morti e feriti. Il 16 febbraio successivo ci fu un tentativo di rapina nel suo negozio, precedentemente il gioielliere era stato minacciato per l’episodio in pizzeria, e di nuovo Torregiani reagì restando ucciso nel conflitto a fuoco  mentre Alberto venne ferito gravemente e rimase paralizzato. A sparare furono i Nuclei armati per il comunismo, il mandante Cesare Battisti, condannato all’ergastolo. Una condanna inutile, visto che Battisti è in Brasile, libero. «Il caso dei Marò», dice Alberto Torregiani, «è assurdo proprio come il caso Battisti, vedo un parallelo, in ambedue le vicende c’è l’incapacità del governo italiano di affermare la propria sovranità e la propria dignità. Non riesce a imporsi e neppure a imporre l’applicazione del diritto nazionale». Ma uno spiraglio esiste: «Pensavo che il caso Battisti fosse finito, che non ci fosse più la possibilità di ottenere giustizia. Ma il caso dell’imprenditore di cui il Brasile chiede l’estradizione potrebbe generare una intermediazione diplomatica». Troppe cose sono incomprensibili, come «le protezioni politiche ottenute in tutti questi anni da Battisti. Vorrei tanto sapere il perché in tanti abbiano voluto coprire, riuscendoci, un personaggio che è stato condannato due volte per omicidio». Da qui l’impegno politico. «Non mi arrendo, sono in campo perché vorrei che in Italia ci fosse davvero giustizia, non solo per le famiglie delle vittime, ma per tutti. È inaccettabile che nel nostro Paese si possa riformare tutto tranne la giustizia…».