Aereo malese caduto, esplode la protesta dei parenti delle vittime avvisati con un “sms”

Avvisati con un banale sms, informazioni scarne e a volte contrastanti. Dopo l’iniziale sbigottimento – per il modo in cui sono stati avvisati del ritrovamento in fondo all’Oceano Indiano dei resti dell’aereo MH370 della Malaysia Airlines scomparso sedici giorni fa – tra i parenti delle 239 vittime è esplosa la rabbia.

Le famiglie dei passeggeri (per quasi due terzi cinesi), che da oltre due settimane erano in pena e avevano aspramente criticato la gestione dell’emergenza da parte della Malaysia stamattina hanno dato libero sfogo a tutta la loro indignazione. C’è, infatti, una tensione molto alta davanti all’ambasciata della Malaysia a Pechino, dove si sono radunati centinaia di parenti dei passeggeri del volo MH370. Due autobus di poliziotti sono arrivati per mantenere l’ordine e i manifestanti hanno attaccato alcuni agenti. I poliziotti hanno chiuso le strade intorno alla rappresentanza diplomatica per permettere una marcia dei parenti che issano cartelli e striscioni, oltre ad indossare magliette con slogan contro le autorità malesi, colpevoli a loro dire di non aver fornito informazioni utili, di aver ritardato e distorto le informazioni. I parenti dei passeggeri dispersi nell’incidente hanno lasciato di buon ora l’hotel Lido, dove nei giorni scorsi era stata organizzata una centrale operativa sul caso. Alcuni pullman che dovevano trasportare i parenti delle vittime dell’incidente aereo sono stati bloccati, però in molti hanno raggiunto l’ambasciata malese a piedi. Sulla vicenda restano ancora molti dubbi. La certezza sulla tragica fine del Boeing, come hanno osservato molto esperti,  deriva da una deduzione logica. I ritrovamenti di possibili resti in una vasta zona di mare a oltre duemila chilometri da Perth non sono ancora stati confermati come appartenenti al MH370. Gli ultimi avvistamenti risalgono a lunedì, grazie a degli aerei di ricerca australiani e cinesi: uno di essi è di forma rotonda e colore verde, l’altro è rettangolare e arancione. Secondo l’agenzia Xinhua, l’equipaggio di un altro aereo cinese ha individuato altri oggetti, due grandi e altri più piccoli, sparsi per miglia. Resta ancora da far luce sui motivi perché il Boeing sia finito fin lì rispetto all’originaria rotta Kuala Lumpur-Pechino. Lo spegnimento manuale dei due sistemi di comunicazione, la virata verso ovest rilevata dai radar militari e poi un altra deviazione verso sud, sono tutti aspetti sui quali gli investigatori brancolano ancora nel buio; anche le indagini sui passeggeri e sui piloti non hanno evidenziato alcun elemento sospetto. Restano, insomma, aperte tutte le ipotesi, dal dirottamento terroristico a una successione di problemi tecnici. Per arrivare a delle certezze servirà con ogni probabilità aspettare il responso della scatola nera, una volta che sarà ritrovata. In questo senso per agevolare le ricerche la Marina degli Stati Uniti ha inviato in Australia un localizzare di scatole nere. Si tratta del Bluefin-21, un veicolo subacqueo autonomo dotato di appositi sensori e sonar che potrà essere impiegato anche per l’esame di eventuali detriti ed oggetti sommersi. Col Bluefin-21, arriverà a Perth anche una squadra di tecnici addetti alla preparazione e all’utilizzo dell’attrezzatura. Ma prima c’è bisogno di identificare con certezza un primo resto del MH370. In acque profonde migliaia di metri, con onde che in oltre due settimane potrebbero aver spostato di molto quel che resta del Boeing, la ricerca è ancora lungi dall’essere conclusa. Alle ricerche continuerà a contribuire anche la Francia, che aveva già mandato tre esperti: sul volo c’erano tre cittadini francesi.