A Pompei dopo i crolli, i furti: rubato un affresco nella domus di Nettuno

È un furto clamoroso l’ultimo sfregio inflitto a Pompei: l’affresco della dea Artemide è stato rubato dalla casa di Nettuno. Se ne è accorto una settimana fa un custode, ma la notizia è stata tenuta segreta finora, nella speranza che non parlarne potesse favorire le indagini. Dal punto di vista investigativo, però, ad oggi, i dati certi sono solo due: l’affresco manca ed è stato portato via da mani esperte. Per il resto si brancola nel buio, perché in quella parte degli scavi, che non è accessibile al pubblico, non ci sono le telecamere e i controlli sono parziali, tanto che tecnici e vigilanza spesso non verificano le condizioni delle domus chiuse. Non si sa nemmeno quando sia stato compiuto il furto. Potrebbe trattarsi qualche giorno prima della scoperta, ma potrebbe trattarsi anche di settimane o mesi. Il che porta all’altra certezza di questo giallo: l’incuria è stata la grande complice dei ladri. Si tratta dell’elemento più sconcertante della vicenda, da cui emerge un quadro di trascuratezza e caos superiore perfino a quello restituito dai 29 crolli in cinque anni. Perché? Perché – a quanto riferiscono Il Mattino e Il Messaggero, i giornali che hanno dato la notizia – la prima reazione, alla luce dell’accuratezza con cui è stata rimossa la parte di affresco, è stata cercare nei laboratori di restauro e nei depositi della soprintendenza di Ercolano, Pompei e Stabia. Se fosse vero, significherebbe che chi ne ha la responsabilità non ha la minima idea di quello che succede in uno dei siti archeologici più importanti del mondo. Che chi ha la responsabilità di questo patrimonio italiano e dell’umanità mette in conto la possibilità di non sapere se vi siano restauri in corso. Il ministero dei Beni culturali ha fatto sapere di aver avviato un’indagine interna, ma la misura appare irrisoria rispetto alla portata dell’evento che, oltre tutto, è avvenuto sotto la direzione di un generale dei Carabinieri, quel Giovanni Nistri specializzato proprio nel recupero, anche a livello internazionale, di beni e opere d’arte. Appena dieci giorni fa, il neo ministro Dario Franceschini aveva detto che «il mondo ci guarda e l’Europa controlla che facciamo bene il nostro lavoro: lo faremo bene e restituiremo Pompei al mondo, come merita». Cinque giorni dopo, il 13 marzo, il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, aveva risposto indirettamente facendo sapere che «l’Europa intende continuare a sostenere la difesa del sito archeologico di Pompei, che rappresenta un polo di grande attrazione turistica». Ora la parola torna nuovamente a Franceschini, che si ritrova con una grana doppia: far fronte alla situazione e confrontarsi con il fatto di essere stato il capofila delle richieste di dimissioni dell’allora ministro Sandro Bondi, quando a Pompei crollò la domus dei Gladiatori. In occasione dei tre crolli in tre giorni dell’inizio di questo mese l’esponente del Pd è riuscito a dribblare il precedente che lui stesso aveva creato, resta da vedere se intenderà farlo anche davanti a questo furto e a tutto ciò che implica.