Via Poma, polemiche sulle indagini e sulla lunghezza del processo

Nessun colpevole. Nessun colpevole? Il giorno dopo la sentenza della Prima sezione della Cassazione che ha assolto definitivamente Raniero Busco dall’accusa di aver ucciso la sua fidanzata Simonetta Cesaroni il 7 agosto 1990 a Roma negli uffici degli Ostelli della Gioventù in via Poma, a Roma, gioia da una parte e amarezza dall’altra si mischiano sulle pagine dei giornali in un cocktail di sentimenti opposti e contrastanti. «Non ho nulla da dire alla famiglia di Simonetta. Per me inizia una nuova vita. Il colpevole? Bisogna chiedere a chi ha fatto le indagini. Io sono innocente, l’ho sempre ripetuto», taglia corto Busco mentre la moglie, Roberta, trattiene a stento la gioia senza, però, rinunciare a tirare qualche bordata alla giustizia «Questa storia poteva capitare a chiunque. Sono stati sette anni passati in maniera incredibile. Tra trepidazione e colpi di scena. Ringraziamo le persone che ci sono state vicine, compresi i nostri avvocati».
Dall’altra parte c’è la famiglia di Simonetta Cesaroni. Affranta. «E’ stata persa un’opportunità per approfondire, con una nuova e più incisiva perizia, la questione del morso e per dimostrare che non si lascia nulla al caso», lamenta, attraverso il suo legale, l’avvocato Federica Mondani, Paola Cesaroni, sorella di Simonetta. Che non nasconde la sua profonda delusione per come è finita la vicenda. Una vicenda giudiziaria  che si è trascinata per sette lunghi anni, almeno per quel che riguarda Busco tirato in ballo nell’inchiesta nel 2007. E ora? E ora che è calato definitivamente il sipario su un processo denso di inattesi colpi di scena?
Ora ci si interroga, ovviamente, sui tempi eterni di questo processo così come di quei tanti, troppi processi che si trascinano per anni e anni senza portare a nulla di concreto. La sensazione che pervade gli attori di questa vicenda ma anche gli spettatori, semplici cittadini che hanno assistito a questa messinscena mediatico-giudiziaria con crescente disappunto è che le indagini sono state fatte male. Gli investigatori hanno pedalato a vuoto cercando un colpevole che non si trovava. Niente di niente. Buio pesto. Non un colpevole. Non un movente. Non un mandante.
Intervistato, il procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, Luigi Ciampoli spiega che in presenza di «dubbi e perplessit໫meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente». Ma poi contesta i tempi lungi della giustizia, inaccettabili sotto il profilo costituzionale e della democrazia: «Quello che purtroppo non è accettabile – dice il Pg di Roma – è il lungo lasso di tempo tra il fatto in esame e il definitivo pronunciamento, intollerabile sotto il profilo costituzionale del celere e giusto processo, della democrazia e della reale corrispondenza a fatti e situazioni le quali in tanto giustificano l’intervento dello Stato in quanto si riferiscono all’attualità, eliminando dubbi e perplessità».
Quanto all’esito finale del processo, «nel rispetto dunque di tutte le opinioni – conclude Ciampoli – sembra corretto in linea generale più assolvere un colpevole che non condannare un innocente”.