Via Poma, la Cassazione conferma l’assoluzione per Busco

La Cassazione ha confermato l’assoluzione – che diventa definita – per Raniero Busco dall’accusa di aver ucciso in via Poma, a Roma, la sua ex fidanzata Simonetta Cesaroni. Il ricorso della Procura Generale è stato respinto. I giudici della Prima Sezione Penale della Cassazione, erano stati chiamati a decidere se confermare o meno l’assoluzione di Raniero Busco.
La Procura della Cassazione aveva chiesto l’annullamento con rinvio, per nuovo processo, dell’assoluzione ma i giudici della Prima Sezione hanno deciso di confermare l’assoluzione.
«Nonostante lo sforzo motivazionale contenuto nella sentenza di assoluzione – aveva spiegato la sua posizione il pg della Cassazione, Francesco Salzano – non posso non sottolineare una certa disomogeneità nel percorso decisionale: c’è stata una svalutazione, una sottovalutazione e una parcellizzazione degli indizi a carico dell’imputato».
Ad avviso di Salzano era necessaria una «rinnovazione dibattimentale» che faccia luce e «ci rassereni rispetto a tutti gli aspetti di criticità» del verdetto assolutorio. A suo avviso, la maxi-perizia sul presunto morso al seno della vittima Simonetta Cesaroni «non ha risposto al quesito fondamentale dell’attribuibilità della traccia della dentatura a Busco». Salzano ha aggiunto che in proposito la motivazione della sentenza di appello, che ha escluso la presenza del morso, «non è convincente e viola i principi del contraddittorio e quelli della prova scientifica».
Il rappresentante della Procura della Suprema Corte, inoltre, ritiene che erroneamente i giudici dell’appello hanno ritenuto che «Simonetta non si sia cambiata gli indumenti intimi il giorno del delitto, così come attestato dalle serene dichiarazioni di sua madre, e che le tracce di Dna di Brusco trovate sul reggiseno e sul corpetto possano risalire ai giorni precedenti il delitto».
In conclusione, il Pg riteneva fosse necessario un nuovo collegio di esperti, che rivaluti nuovamente le foto dell’escoriazione sul seno della Cesaroni e la loro compatibilità con il calco dentale di Busco.
Per il difensore di Busco, l’avvocato Franco Coppi, invece «l’uccisione di Simonetta Cesaroni ha tutte le caratteristiche di un delitto commesso da uno psicopatico che l’ha colpita con 29 coltellate soprattutto nelle zone erogene, e Busco non aveva nè il profilo psicologico nè il movente per fare questo». Per questo Coppi aveva chiesto, nella sua arringa, ai giudici della I Sezione Penale della Cassazione, di confermare l’assoluzione di Raniero Busco per il delitto di via Poma.
Coppi aveva rilevato che il «delitto è avvenuto tra le 18 e le 19 del pomeriggio, il cadavere aveva rilasciato almeno tre litri di sangue, e Busco non avrebbe avuto il tempo di pulire perfettamente il luogo del delitto per poi tornarsene a Morena ed essere trovato al solito bar alle 19,30». Il difensore aveva inoltre aggiunto che «non avrebbe avuto alcun senso, da parte di Busco, pulire tutto il pavimento e poi lasciare lì il cadavere di Simonetta, dopo aver fatto sparire tutti i vestiti. Evidentemente chi ha commesso l’omicidio voleva far sparire anche il cadavere ma non ne ha avuto il tempo».
Il difensore dell’allora fidanzato di Simonetta Cesaroni aveva puntualizzato che nella vicenda dell’omicidio di via Poma «una infinità di personaggi ha tenuto un comportamento anomalo, a cominciare dal portiere Pietrino Vanacore e da sua moglie che ha nascosto le chiavi dell’ufficio di Simonetta ai familiari che gliele avevano chieste». E, per questo, il legale ha ricordato «le numerose telefonate fatte da Vanacore la sera del delitto al titolare dell’ufficio dove lavorava Simonetta e al presidente dell’associazione degli Ostelli della Gioventù. Perché Busco – ha proseguito Coppi – avrebbe dovuto uccidere una ragazza che gli si concedeva con tanto entusiasmo e con tanta, mi si conceda, facilità?».
Il difensore di Busco ha poi difeso a spada tratta la consulenza che ha escluso che sul seno sinistro di Simonetta ci sia stato il segno di un morso e che tale morso sia riconducibile a Busco.
«La prova del morso è considerata inattendibile dalla maggior parte della scienza forense e giustamente la sentenza d’Appello la valuta con la massima cautela». Quanto ad altre tracce, «sulla scena del delitto – ha concluso Coppi, chiedendo il rigetto del ricorso della Procura della Corte di Assise d’Appello contro l’assoluzione – ci sono tracce ematiche di due uomini diversi da Busco, del quale non sono state trovate tracce di sangue, uno dei quali ferito». Alla fine ha prevalso la tesi del professor Coppi. Per Raniero Busco finisce così un incubo.