Vent’anni fa il pamphlet di Bobbio su destra e sinistra, etichette oggi “rottamate” dal renzismo

Vent’anni fa Norberto Bobbio, nel suo pamphlet Destra e sinistra (Donzelli), cercava un’affannosa sistematizzazione di due categorie che – ammoniva – non dovevano essere superate. Un anniversario che va a cadere proprio nei giorni in cui il neopremier Matteo Renzi si cura così poco delle vecchie idee di destra e sinistra da rottamarle nel suo linguaggio. Un bene, un male? Un prodotto naturale della formazione televisiva di questo politico cresciuto tra Goldrake e quiz di Mike Bongiorno? Bobbio, nella sua trattazione, partiva da un nucleo tematico di fondo, dall’ambizione di rintracciare l’essenza di due parole che, in quanto pensate e rappresentate nel linguaggio, non possono essere solo pura convenzione.

La tesi dello studioso è nota: la sinistra ha come stella polare l’eguaglianza, la destra accetta la diseguaglianza come una realtà ineliminabile. C’era però nel discorso di Bobbio una tensione etica – che era un po’ come ribadire dove stava il bene e dove stava il male – che suscitò nel 1994 un dibattito serrato e accesisissimo. Dissero la loro pensatori e politologi come Dino Cofrancesco, Marco Tarchi, Alain de Benoist e Giacomo Marramao. Quest’ultimo sottolineava che i conflitti non erano più rappresentabili da quella ottocentesca coppia di opposti e proponeva nuove dicotomie, come  – ad esempio – quella tra chi accetta la modernità e chi ne valuta i costi troppo alti. Contro la tesi di Bobbio si schierò il filosofo marxista Costanzo Preve, di recente scomparso, per il quale la “illusione bobbiana rappresenta, sul piano teorico almeno, l’ultima trincea filosofica per il mantenimento di una dicotomia che a mio avviso ha smesso di rappresentare in modo efficace la realtà presente. Nel contesto culturale italiano, si tratta del proseguimento dell’egemonia dell’azionismo, passato dal vecchio azionismo antifascista, al nuovo azionismo antiberlusconiano”.

Anche Marco Tarchi polemizzò con Bobbio: destra e sinistra esistono, ma non spiegano tutto. Si tratta piuttosto – sulla scia di Giovanni Sartori – di “scatole vuote” che di volta in volta vanno riempite di contenuto. Dal 1994 in poi Berluconi ha messo nella scatola alcuni elementi, i suoi nemici e avversari ne hanno messi altri. Un’operazione funzionale all’antico gioco del conflitto che semplifica e non rende giustizia alle società complesse. Di taglio più storico l’obiezione di de Benoist: se si prende il fascismo si vede agevolmente che vi sono studiosi che ne collocano le radici a sinistra (Zeev Sternhell) e filosofi che rintracciano nel ripristino del principio di autorità (Julius Evola) la sua sostanza tematica di destra.

Marcello Veneziani scrisse in risposta a Bobbio un condensato della sua visione sulle usurate etichette (Sinistra e destra, Vallecchi 1995). Pagine nelle quali sottolineava il relativismo di definizioni “che non sopportano il peso della trascendenza”. E optava, Veneziani, per nuove demarcazioni che si andavano definendo nelle democrazie occidentali: oligarchismo e populismo, comunitari e liberal, rivoluzione liberale e rivoluzione conservatrice. Un dibattito che, a vent’anni dal fortunato libro di Norberto Bobbio, ancora non si esaurisce. La non visibilità delle etichette che si manifesta nel renzismo, infatti, non mette il punto finale al capitolo destra-sinistra. Costituisce solo una scorciatoia, sotto la quale scorrono le inquietudini che già nel Novecento stentavano a trovare precisa collocazione.