Valle Giulia non brilla più. Così cala il sipario dell’incuria sui luoghi simbolo di Roma

In tempi in cui tutti si sfogano sui social, le rubriche delle lettere sono roba un po’ giurassica, decaduta, adatta forse per vecchietti biliosi. Invece c’è sempre qualche spunto importante, qualche spaccato che non fa notizia ma restituisce una tendenza. Prendiamo allora la Rubrica delle lettere della cronaca di Roma del Corriere, oggi. Un romano si lamenta del degrado di Valle Giulia. Il degrado, già. In una città che va giù come un castello di carte per la bomba d’acqua (nessuno si era accorto, tra l’altro, che anche i ruderi dell’Appia Antica non hanno retto all’acquazzone) chi vuoi che si interessi di Valle Giulia? Questo luogo che pure ha segnato un po’ di storia, nazionale e capitolina, con la battaglia tra polizia e studenti di destra e di sinistra nel Sessantotto, con Pasolini che si schiera con le divise, e le strofe celebrative di Pietrangeli e quelle d’amore di Venditti che canta “a Valle Giulia ancora brilla la luna”. Scrive il lettore amareggiato: “Una zona come Valle Giulia – con la Galleria Nazionale d’arte moderna e il Museo etrusco, numerose accademie straniere e la facoltà di Architettura della Sapienza ospitate in edifici di altissimi pregio architettonico, il verde delle propaggini di Villa Borghese, costellato di statue e busti – sarebbe un fiore all’occhiello di qualsiasi città del mondo, qualsiasi eccetto Roma”. Invece incuria e abbandono imperano. Risponde Paolo Conti: è la caduta di Roma. La grande bellezza è solo un film, ai romani tocca la grande bruttezza. È che Valle Giulia si trova fuori dai circuiti vitali, dalla nuova geografia imposta dagli investimenti politici: Auditorium e Fori imperiali su due ruote. E magari in bicicletta Ignazio Marino fa troppa fatica in salita e dunque non ci capita a Valle Giulia. E così quello spicchio di Roma, aristocratico e troppo silenzioso (l’opposto dei rumori chiassosi di un qualunque Outlet), resta destinato a farsi cartolina ingiallita e piene di crepe dinanzi allo sguardo dolente dei cittadini più consapevoli. Un vero peccato.

E non c’è neanche uno scrittore che abbia voglia di celebrare Valle Giulia, la solennità della zona, la sontuosità del suo paesaggio. Un po’ quello che fece Federico Moccia con Vigna Clara (“Tre metri sopra il cielo”), o quello che ha fatto Amara Lakhous per Piazza Vittorio e viale Marconi, o quello che sta facendo per l’Esquilino Michele Masneri col suo romanzo “Addio, Monti”. Anche se quella zona meriterebbe la penna prestigiosa di Cristina Campo, che fece dell’Aventino il simbolo di una vita solitaria e di nobile silenzio.