Un’altra grave colpa: non riusciamo a tutelare il patrimonio italiano

La Confcommercio ha rilevato la prima buona notizia dopo tre anni da incubo: il suo Indicatore dei consumi (Icc) ha registrato, a dicembre, una diminuzione solo dell’1,3% in termini  tendenziali e un aumento dello 0,1% rispetto ad novembre. Perché è una buona notizia? Perché è la prima volta che il segno negativo non è poi così negativo. C’è un rallentamento nel calo dei consumi o come è stato annunciato «si è arrestato il crollo dei consumi». Ma sempre crollo è. Uno degli aspetti per me più preoccupanti sta nell’andamento negativo del settore alimentare e dell’abbigliamento, cioè il nostro made in Italy. Addirittura per Coldiretti la crisi sta mettendo a rischio la vecchia fattoria italiana, perché in un solo anno sono scomparsi dalle fattorie oltre 10 milioni di mucche, maiali, pecore, capre, galline, oche e conigli. Dunque non stiamo perdendo pezzi solo nell’industria, ma nelle tradizioni, nella nostra identità: la terra, il cibo, l’alimentazione. Un errore che si riflette anche nella scarsa tutela del nostro territorio devastato da Nord a Sud non tanto dal maltempo, piuttosto dal dissesto idrogeologico, che da decenni non sappiamo-vogliamo contrastare.  Così anche il recente sequestro da parte del Comando carabinieri delle Politiche agricole e alimentari di prodotti risultati privi della tracciabilità, contraffatti e con illecite evocazioni di importanti marchi Dop/Igp/Stg e Biologico, rivela che non solo non curiamo quello che più ci caratterizza in positivo ma addirittura lo lasciamo senza un’adeguata protezione.

È allora in assoluta controtendenza quello che ha fatto la Corte dei Conti, la quale ha citato le tre maggiori agenzie di rating internazionali, S&P, Moody’s e Fitch per il downgrade dell’Italia del 2011, chiedendo danni per 234 miliardi di euro. Secondo i nostri magistrati contabili l’errore fatto dalle agenzie è consistito nel non aver tenuto conto dell’«alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro paese che universalmente riconosciuto rappresenta la base della  sua forza economica».

Però la domanda viene da sé: ma se noi italiani non sappiamo né tutelare né mettere a frutto il nostro immenso patrimonio artistico, facendone occasione di sviluppo, perché mai dovrebbero prenderlo in considerazione le agenzie di rating?

*Segretario Generale Ugl