Tra insulti e minacce di scissioni il bipolarismo va in frantumi. O la Terza Repubblica o il caos del proporzionale

La rissa in corso tra berlusconiani e “diversamente berlusconiani” un minimo di approfondimento lo merita, non fosse altro perché suona come beffarda e clamorosa nemesi contro quanti nel recente passato imputavano al correntismo degli ex-An la crisi del disciolto Pdl. Il derby tra “idioti utili” contro “inutili” ci conferma invece che la perdita di oltre sei milioni di voti alle elezioni di un anno fa reca cause ben più profonde a complesse tra cui – non ultima – l’incapacità della componente forzista di far evolvere il maggior segmento del centrodestra italiano in una formazione politica capace di integrare la trazione carismatica del proprio leader con i luoghi del confronto e della partecipazione democratica. Ma questa è una considerazione ad uso interno, utile tutt’al più a far riflettere chi con eccessiva disinvoltura decise di asfaltare la destra del Pdl salvo poi accorgersi di non aver fatto un buon affare visto che solo un pugno di voti gli ha impedito di strappare al Pd il premio di maggioranza alla Camera e, con essa, la possibilità di poter scrivere tutta un’altra storia.

In realtà, lo scontro tra Berlusconi e Alfano apre il campo ad una serie di riflessioni ulteriori che legittimano più di un dubbio sull’impianto maggioritario del meccanismo elettorale. Il bipolarismo ci ha ormai abituati a considerare normali due forze che prima se le suonano di santa ragione e poi miracolosamente rinfoderano la spada e tornano a cinguettare davanti agli elettori promettendosi reciprocamente amore eterno. È già accaduto e tornerà ad accadere. Tutto questo non è il maggioritario ma la sua caricatura. È solo una politica ridotta a cartoon che da vent’anni tiene inchiodata l’Italia al muro di un bipolarismo agonistico e muscolare che dà il meglio di sé nella fase elettorale ed il peggio nell’azione di governo. Ma è anche la conferma che non c’è riforma elettorale che tenga se non si ha il coraggio di modificare la Costituzione ben oltre le pur decisive questioni del Titolo V e del bicameralismo perfetto.

Il tema della governabilità non è altra cosa da quello della coesione della coalizione e del riconoscimento della leadership, elementi oggi funzionali a vincere le elezioni ma non a governare perché il premier non è il dominus della sua maggioranza. Anzi, una volta in sella ne diventa addirittura ostaggio per effetto dell’impianto parlamentarista che resiste in Costituzione. In Gran Bretagna è di fatto il premier a sciogliere la Camera dei Comuni. In Italia è il presidente della Repubblica e solo dopo aver verificato l’impossibilità di nuove maggioranze, in teoria persino opposte a quella scelta dagli elettori. Viviamo in un pasticcio permanente, con una dinamica  maggioritaria innestata su una Costituzione scolpita nell’era del proporzionale. Bisogna uscirne: o si adegua la Carta del ’48 allo spirito del maggioritario o accade l’esatto contrario. L’importante è assicurare coerenza al sistema ed i prossimi mesi saranno in tal senso decisivi. C’è solo da sperare che a nessuno venga in mente di utilizzare le riforme come alibi per la durata della legislatura. Sarebbe accanimento terapeutico. La situazione è molto più semplice: se la Costituzione può essere modificata, si proceda. In caso contrario, si torni al voto con la legge ritagliata dalla sentenza della Corte Costituzionale: nessun premio di maggioranza e nessuna coalizione preventiva. Non conosceremmo in tempo reale il vincitore delle elezioni, ma forse avremmo maggioranze basate su qualche convenienza elettorale in meno e qualche convinzione politica in più.