Svelata la farsa: la manovra per chiamare Monti iniziò a giugno 2011. Su consiglio di Prodi e De Benedetti…

Erano i giorni dei “responsabili”  che entravano in pompa magna al governo per puntellare una maggioranza fragile, lo spread iniziava a salire a livelli di guardia, la Merkel ci osservava severa, l’Italia sbandava sui mercati dei bond e sui campi di calcio, dove rimediava quattro gol dal Brasille mentre in Parlamento Berlusconi si riprendeva la fiducia, Tremonti saliva al Colle per tranquillizzare Napolitano sulla manovra e Bersani attaccava il governo nel tentativo di mandarlo a casa. Ma tutto, o quasi, era già deciso.

Giugno 2001. Erano i giorni in cui, nel segreto più assoluto, nei luoghi più chic dei vacanzieri di una certa sinistra, Mario Monti si recava in pellegrinaggio dai big del Pd e si confidava sul possibile incarico che da lì a qualche mese (13 novembre) avrebbe ricevuto da Napolitano per sostituire Berlusconi e il governo democraticamente eletto e mai sfiduciato. Il primo passo dell’arrivo di Monti a Palazzo Chigi fu la nomina, avvenuta il 6 novembre, a senatore a vita. Ma tutto era iniziato molto prima,  come si scopre dalle anticipazioni di “Ammazziamo il gattopardo“, del giornalista Alan Friedman,  volume accompagnato da una video inchiesta sul sito del Corriere in cui Carlo De Benedetti e Romano Prodi svelano retroscena molto interessanti.

A fine agosto 2011, la “tessera numero 1” del Pd vide a Saint Moritz l’amico Monti (su richiesta del prof…) per una sorta di consultazione preventiva: «Si parla di un incarico, ma tu accetta solo se te lo chiede a settembre, a dicembre sarebbe tardi…», spiegò De Benedetti al professore della Bocconi. Ma due mesi prima, nel buen ritiro di Prodi, a Castiglion della Pescaia, Monti aveva visto anche l’ex premier dell’Ulivo e insieme avevamo parlato proprio di una possibile “missione” del bocconiano: «Sei nella condizione di non poter chiedere nulla, ma allo stesso tempo se Napolitano te lo chiede, non puoi dire di no», gli aveva spiegato Prodi, come egli stesso racconta nell’intervista. Monti, oggi, conferma: «Sì, se ne parlava, ma erano solo ipotesi…». Però conferma di aver parlato con Prodi e con De Benedetti della sua possibile nomina e di aver discusso con Napolitano un documento programmatico per il rilancio dell’economia, preparato per il Capo dello Stato dall’allora banchiere Corrado Passera tra l’estate e l’autunno del 2011. Intanto Monti e Napolitano, come svela Friedman, all’insaputa di Berlusconi, si parlavano in continuazione, mentre il Colle ostentava imparzialità e assisteva alle difficoltà del governo, che però continuava a incassare la fiducia. Non fu manovra di Palazzo, ha sempre ribadito Napolitano, fino a qualche giorno fa, quando durante un incontro con gli eurodeputati italiani al Parlamento europeo di Strasburgo, e riferendosi ai governi Monti e Letta, aveva detto che «sono stati presentati quasi come inventati per capriccio dalla persona del presidente della Repubblica». Questo, aveva tenuto a precisare il presidente della Repubblica, non è vero perché non si tratta di nomi diversi da quelli indicati nel corso delle «consultazioni con tutti i gruppi politici e parlamentari, come si conviene».

La verità, però, è che almeno in tre già sapevano come sarebbe andata a finire, durante quella torrida estate del 2001. Due di loro erano del Pd. E un terzo, Monti, andava da loro a chiedere consigli. «Un incarico? Sì, Napolitano mi diede segnali in quel senso», ammette Monti, uscito politicamente distrutto da quella esperienza di cui oggi, suo malgrado, qualcuno ha voluto svelare i veri retroscena. Retroscena che inevitabilmente danno corpo ai sospetti dei berlusconiani, secondo cui “le rivelazioni di Alan Friedman destano forti dubbi sul modo di intendere l’altissima funzione di Presidente della Repubblica da parte di Napolitano”, dicono  i capigruppo di FI di Camera e Senato, Renato Brunetta e Paolo Romani, che chiedono “urgenti chiarimenti e convincenti spiegazioni”.