Sulle coperture finanziarie Renzi gioca d’azzardo (ma il trucco c’è)

Consumato il rito della fiducia parlamentare, si dirada anche l’orizzonte del governo guidato da Matteo Renzi. Il cronoprogramma esposto dal premier a senatori e deputati, più che ambizioso, è apparso velleitario. Una sensazione efficacemente ed autorevolmente sintetizzata da Bersani, tornato alla Camera dopo il grave malore che lo aveva colpito nel gennaio scorso: «Nei prossimi giorni verificheremo lo spread tra le parole ed i fatti», ha sottolineato non senza una punta di risentita perfidia l’ex-leader del Pd. E così sarà.

Ma è proprio la distanza siderale tra gli impegni assunti – riduzione a due cifre del cuneo fiscale, taglio del 10 per cento dell’Irap, programma di interventi per l’edilizia scolastica – e la vaghezza sulle relative coperture finanziarie a conferire alla scalata renziana di Palazzo Chigi il sapore del calcolo elettoralistico. L’obiettivo era impedire al giudizio negativo scaricato sul governo Letta da imprenditori, artigiani, commercianti e persino dalla Cgil della Camusso di estendersi anche alla propria leadership nel Pd compromettendone l’appeal alle prossime elezioni europee. Renzi ha perciò deciso di ballare da solo. Se il governo avrà successo, se ne intesterà il merito. Se fallirà, se ne assumerà la colpa.

Ma in ogni azzardo si annida un calcolo: il neopremier ha rotto gli indugi anche perché – come ha insinuato Eugenio Scalfari domenica sera a Ballarò – aveva capito che la quaresima imposta dai precedenti governi cominciava a rilasciare qualche effetto benefico. Lo spread tra i nostri titoli pubblici e quelli tedeschi sceso sotto i 200 punti ha prodotto un risparmio di interessi sul debito di 2/3 miliardi, cui vanno aggiunti almeno altri 3 miliardi derivanti dalla diminuzione sotto la soglia del 3 per cento del rapporto deficit-Pil. Insomma, nel borsellino della spesa si sente di nuovo il tintinnio di moneta. Ed altre risorse potrebbero arrivare dai tagli alla spesa pubblica previsti dal “piano Cottarelli” e dall’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie oggi fissata al 12,5 per cento. La sensazione è che se sulle coperture finanziarie il premier è finora rimasto sul vago è solo per non sciupare l’effetto di una gradita sorpresa più che perché non sappia che pesci prendere.

Renzi si gioca tutto in una mano. Se nei suoi primi cento giorni riuscirà a tagliare Irap e  cuneo fiscale, l’economia reale ritornerà a respirare. Il consenso che gli arriverebbe dalla business community e del sindacato sarebbe tuttavia destinato ad incidere anche sul versante dei rapporti politici costringendo il dissenso altrimenti pronto ad esplodere contro il premier dentro e fuori il perimetro del Pd o della maggioranza a rientrare in attesa di tempi migliori. Renzi non diventerebbe per questo il dominus incontrastato della legislatura, ma certamente si sentirebbe meno tributario di alleati ed interlocutori relativamente alla sua durata.

Al netto del peso specifico della crisi, dunque, il contesto politico appare tutt’altro che proibitivo: il Pd è tormentato ma abbastanza tramortito per poter tentare una reazione apprezzabile, il Ncd ha bisogno di durare e Forza Italia di non veder sfumare la possibilità dell’intesa a due sulle modifiche alla Costituzione e sulla nuova legge elettorale. In ognuno di questi passaggi lo snodo è Renzi ed è lui che sulle riforme batte il tempo. Può restringerlo, d’intesa con Berlusconi, per spaventare Alfano e, d’accordo con quest’ultimo, può allungarlo per tenere a distanza di sicurezza il Cavaliere. Insomma, tutti servono il premier ed il premier si serve di tutti. La speranza è che il gioco, alla fine, possa servire anche agli italiani.