Storie di ordinario disagio giovanile: suicida una ragazza anoressica, un’altra sviene dopo essere stata definita “cicciottella”

Oggi in provincia di Ancona, una ragazza di ventidue anni, che soffriva da tempo di anoressia, si è impiccata con il cordone della tenda nella casa in cui viveva con la madre. Ed è stata proprio la mamma a trovarla ormai priva di vita, senza poter fare più nulla per salvare la figlia: una giovane come tante, iscritta alla Facoltà di biologia, “ragazza immagine” in una discoteca della zona, ma con un dolore dentro che nel tempo si è clonato somaticamente, trasformandosi in una vera e propria malattia dell’anima che ha attaccato fisicità, vitalità, speranza, senza lasciare possibilità ad anticorpi e volontà psicologica di reagire. Un malessere esistenziale degenerato, giorno dopo giorno, in una patologia letale. Niente biglietti, nessuna spiegazione per giustificare il suicidio: come se non ci fossero parole per spiegare il vuoto che, evidentemente, l’ha avvinta fino alle estreme conseguenze.

Ci vorranno molte parole, invece, per arrivare a capire come mai – sempre ad Ancona – un’altra ragazza sia svenuta in classe alla fine delle lezioni in una scuola media della città, dopo vari giorni di semi-digiuno affrontati, secondo quanto riferito dai familiari alla dirigenza scolastica, dopo aver saputo che una supplente aveva parlato della sua condizione di sovrappeso.

In attesa che il caso, riportato oggi dalla stampa locale, approdi all’Ufficio scolastico regionale, secondo quanto ricostruito dalla dirigente a seguito di un colloquio con l’insegnante, quest’ultima non l’avrebbe «derisa», ma avrebbe usato l’epiteto «cicciottella in modo affettuoso».

Ora, quale che siano le spiegazioni, e nel rispetto della diversità e degli esiti dei due casi in questione, il denominatore comune di entrambe le storie è la fragilità. La stessa denunciata in altre centinaia di storie, ormai all’ordine del giorno, che raccontano drammaticamente di ragazzi vittime di cyberbullismo, vessati da compagni di scuola, maltrattati dai professori, minacciati on line, quando non addirittura indotti al suicidio da crociate ingaggiate in Rete. E non importa se l’imput al massacro o al linciaggio – mediatico o non, psicologico o fisico, non fa molta differenza – scaturisca dall’incertezza circa i propri orientamenti sessuali, dal disagio vissuto all’interno della propria famiglia, dalla mancanza di una risposta educativa, o dall’assenza di una strategia istituzionale in merito: cambiando l’ordine dei fattori, recita la verità matematica, il prodotto non cambia. E il risultato è sempre e comunque: una vittima in più.