«Solo i fasci sono nelle foibe»: nel Giorno del ricordo l’ultrasinistra “processa” Cristicchi

«Greetings from Tescaccio», ha scritto Simone Cristicchi sulla sua pagina facebook. Forse ci sta facendo il callo, forse non vuole dare soddisfazione. Certo è che anche di fronte all’ennesima contestazione da quando ha portato in scena Magazzino 18, lo spettacolo dedicato alla tragedia delle foibe, ha dimostrato un notevole aplomb e una discreta ironia (amara). Quel «saluti da Testaccio» è il commento agli atti vandalici compiuti nella notte contro il Teatro Vittoria, che ha sede nello storico quartiere romano e dove, per altro, è in scena Mio nonno è morto in guerra e non Magazzino 18. «Cristicchi infame revisionista», «Cristicchi boia», «W Tito» sono le scritte a bomboletta che si riconoscono nelle foto pubblicate dall’artista. «Dopo ruote squarciate, contestazioni e striscioni… “Cristicchi Boia Revisionista”. Scritta apparsa stanotte (e prontamente cancellata) nei pressi del Teatro Vittoria a Roma. La via tappezzata da volantini inneggianti a Tito», ha scritto Cristicchi in mattinata, per postare poi, poco dopo, la foto di una scritta apparsa a Mestre e firmata con falce e martello e stella a cinque punte: «Cristicchi, solo i fasci sono nelle foibe!». «Purtroppo per gli autori, la memoria si condivide e la storia non si cancella e non si cambia!!!», è stato il commento del cantante, al quale è giunta la solidarietà di Fratelli d’Italia che, attraverso Ignazio La Russa, ha anche sollecitato, senza ottenerlo, un intervento del presidente della Camera, Laura Boldrini. «Non riesco a spiegarmi le ragioni che possano spingere degli individui a colpire un teatro, simbolo per antonomasia della libertà di espressione. Peraltro Simone Cristicchi nei suoi spettacoli racconta storie di grande umanità legate alle vittime degli eccidi e non fa certo propaganda politica», ha detto il direttore artistico del Vittoria, Viviana Toniolo, mentre è stato lo stesso Cristicchi a parlare di una «pratica ideologica» che però «non serve a nulla e non appartiene a me, né al mondo dell’arte e della cultura». «Cerchiamo piuttosto di avere rispetto per gli esuli», ha proseguito, ribadendo che «mi sembrava doveroso, come cittadino italiano e come artista, riconoscere, seppur tardivamente, questo dolore come un dolore che debba appartenere a tutti, non solo a una fazione partitica o ideologica». «Il mio sogno – ha concluso – sarebbe quello di creare una memoria condivisa su questo argomento che non sia soltanto una storia di destra o di sinistra, ma faccia riconoscere al popolo italiano che questo è stato un dolore a cui va data dignità».