Si ribella al padre boss. Giovanna, per amore della figlia, volta le spalle alla mafia

Volta le spalle al padre, alla famiglia e a Cosa Nostra. Giovanna Galatolo, figlia del boss dell’Acquasanta, Enzo, condannato per l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e coinvolto nell’inchiesta sul fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone, si ribella alla legge della mafia. E dice no a un destino che sembrava già scritto: «Non voglio più stare nella mafia, perché ci dovrei stare? Solo perché mio padre è mafioso? No, non ci sto. Non voglio stare nell’ambito criminale. Ne’ voglio trattare con persone indegne. Adesso che collaboro mi vogliono fare passare per prostituta. Io voglio dedicarmi solo a mia figlia».Una presa di posizione coraggiosa e solitaria che riecheggia nell’aula dove si sta tenendo il processo ad Angelo Galatolo e a Franco Mineo, ex-deputato regionale di Grande Sud, accusato di intestazione fittizia di beni aggravata, peculato, malversazione ed usura.
Mineo, secondo i pm, avrebbe fatto da prestanome a Galatolo, esponente dell’omonima famiglia mafiosa dell’Acquasanta, al quale avrebbe versato gli affitti riscossi in alcuni locali commerciali.
Giovanna Galatolo, figlia del boss dell’Acquasanta, a sorpresa ha deciso di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni inchiodano gli imputati. Ha deciso di vuotare il sacco per garantire un futuro migliore alla figlia minorenne.
«Per gestire le attività della famiglia spesso si ricorre a prestanome – dice – Mi ricordo di un certo Mineo, un sindacalista, amico di Angelo Galatolo, il figlio di Gaetano».
Nel primo interrogatorio, a ottobre, la collaboratrice non aveva riconosciuto in foto Franco Mineo: «Ho visto passeggiare due volte Angelo con questo signore – ha spiegato – me lo sono ricordato dopo. So che sono ottimo amici, si sono messi insieme come società, come prestanome. Mi è stato chiesto pure di votare per Mineo, prima da Giovanni Galatolo, fratello di Angelo, poi anche Stefano Galatolo lo chiese a mio marito».
«Mio padre – rivela Giovanna Galatolo – comandava dal carcere. Attraverso segni convenzionali ci diceva cosa dovevamo fare. Impartiva le sue direttive durante i colloqui – Faceva pure telefonate dal carcere per parlare con i suoi familiari. Vivevano tutti nello stesso palazzo, quindi bastava parlasse con uno che parlava con tutti».
I racconti della donna si snodano, via via, nei dettagli del quotidiano, della logistica e dell’organizzazione alla quale, in varie maniere, la figlia del boss partecipava: «Ho passato soldi di mio padre a Gaetano Galatolo e a suo figlio Angelo – ha rivelato la donna – Questi soldi erano in parte di mio padre e in parte della famiglia mafiosa. Sia Gaetano che Angelo Galatolo tenevano rapporti con mio padre Enzo fino all’anno scorso».
Il pubblico ministero Piero Padova ha fatto alla collaboratrice alcune domande anche sugli affari del clan, in grado di investire fiumi di denaro. Proprio nei mesi scorsi, su richiesta della Procura di Palermo, la Direzione investigativa antimafia aveva disposto il sequestro preventivo di alcuni locali di proprietà di Mineo, che ospitano attività commerciali: si tratta del bar Nuova Esedra, di una merceria e del negozio di abbigliamento Vegard. Tutti immobili che si trovano nel quartiere dell’Acquasanta, a Palermo, quello da cui proviene il politico che ha respinto sempre ogni accusa: «il bar Esedra, che prima si chiamava Snoopy, era gestito da mio zio Giuseppe – ha raccontato la pentita – So che è rimasto nell’orbita di Cosa nostra anche dopo la sua cessione. So che mio cugino Angelo di Gaetano aveva interessi in questo bar. So che il negozio Vegard era di interesse di mio cugino Angelo. Il bar Esedra è sempre stato della famiglia Galatolo, se è stato venduto, è stato ceduto a prestanome».