Roma ricorda l’anniversario del delitto di Valerio Verbano. E Smeriglio ripropone i morti di serie A e B

Il 22 febbraio del 1980 veniva ucciso Valerio Verbano, militante diciannovenne di Autonomia operaia. Oggi le istituzioni romane lo hanno ricordato con una cerimonia in via Monte Bianco, nei pressi della casa in cui fu ucciso e da cui, per decenni, la madre Carla ne ha divulgato la memoria fino al momento della morte, avvenuta due anni fa. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, e il vicepresidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio di Sel, hanno partecipato alla deposizione di una corona di fiori, accompagnata dal canto di “Bella, ciao”, e hanno annunciato entrambi iniziative per il ricordo. Fra le quali, però, quella proposta da Smeriglio, per come è stata illustrata, rappresenta un passo indietro rispetto all’impegno per la conciliazione profuso in questi anni dalle istituzioni di ogni livello, dal Comune al Quirinale. «Sono passati molti anni, ma ricordo bene il senso di orrore e sgomento che l’omicidio efferato di Valerio determinò nella nostra città», ha spiegato Marino, parlando della violenza di «quegli anni» e aggiungendo che «per questo pensiamo insieme alla Regione Lazio e a esponenti del centrodestra di dedicare un giorno alla memoria per ricordare la spirale di violenza che si registrò durante gli Anni di Piombo». «Una violenza a volte incomprensibile come quella che caratterizzò l’omicidio di Valerio», ha aggiunto il sindaco che, però, si è anche detto «orgoglioso di partecipare all’iniziativa di Smeriglio, che porterà alla nascita della Casa del Ricordo». Quello di Verbano fu, effettivamente, un omicidio dalla brutalità inusitata. Tre uomini a volto coperto entrarono in casa sua mentre lui non c’era, immobilizzarono i genitori, attesero che il ragazzo tornasse e lo freddarono in salotto, con la madre e il padre legati e imbavagliati nella stanza affianco, costretti ad ascoltare impotenti l’uccisione del figlio. Anche le fasi seguenti furono drammatiche. Per l’omicidio arrivò prima una rivendicazione di una sigla di sinistra, che spiegava di aver voluto colpire una spia, poi una dei Nar, che però fu smentita da un successivo messaggio. Il processo, come spesso nei casi degli omicidi di quegli anni, non ha fatto chiarezza e, anche se nel 2011 è stata riaperta l’inchiesta, ad oggi nessuno sa quali siano stati la matrice e le mani dell’omicidio Verbano. Smeriglio propone la tesi dell’omicidio neofascista, ma il punto non è questo. Il punto è che lo fa in un modo che alza muri e crea contrapposizioni, esattamente come rischia di fare la sua proposta di «mettere la casa di Valerio e Carla Verbano a disposizione del territorio e degli antifascisti per la costruzione di un centro di documentazione, un luogo della memoria per la città di Roma». «Spesso nel nostro Paese – ha aggiunto – la memoria di vicende così dure è stata sempre delegata alle associazioni dei parenti, alle mamme o i compagni delle vittime colpite dalla violenza fascista. Serve invece un salto di qualità. Le istituzioni devono fare il proprio mestiere mettendo in campo atti concreti di tutela della memoria storica del peggior omicidio neofascista fatto a Roma in quegli anni. Un passo concreto come il lavoro che stiamo facendo per la tutela della palestra popolare dedicata a Valerio al Tufello». In questo modo Smeriglio fa fare un salto indietro a Roma, al Lazio e al Paese di quasi un decennio. Pronuncia parole di parte, divisive, che alimentano l’odio e che, per questo, sono inadatte a un ruolo istituzionale di così alto livello come il suo. Inoltre, cancella, fingendo di non ricordarlo, tutto il lavoro fatto anche a sinistra per superare le contrapposizioni e costruire la massima conciliazione possibile tra le memorie, partendo dal riconoscimento dell’umanità e della pari dignità di tutte le vittime. Un atteggiamento doppiamente colpevole in questa circostanza, perché proprio il ricordo di Verbano, insieme a quello dei fratelli Mattei, fu al centro di un commovente e a suo modo storico momento di pacificazione voluto da Valter Veltroni: era il 2008 quando l’ex sindaco si fece promotore dell’incontro in cui Carla Verbano e Giampaolo Mattei si abbracciarono. Fu l’eredità che volle lasciare a Roma, lasciando il Campidoglio. Almeno dal 2003 Veltroni e la destra che era all’opposizione lavoravano insieme per questo tipo di conciliazione. In quell’anno infatti il sindaco inaugurò la sede dell’associazione in ricordo dei fratelli Mattei, donata dal Comune. Non era una iniziativa simile a quella di Smeriglio di oggi, perché allora Veltroni usò parole di pacificazione e superò la logica di parte annunciando la volontà di far costruire un muro con i nomi di tutte le vittime degli anni di piombo. Vi furono poi viale Paolo Di Nella a Villa Chigi e tutte le altre iniziative in cui le istituzioni facevano le istituzioni, fra le quali spicca per caratura, il volume voluto dal Quirinale in cui sono ricordati tutti i morti di quegli anni, senza distinzioni e senza graduatorie politiche. Come uomini, donne, ragazzi che devono essere noti a tutti gli italiani. La memoria, in quell’occasione, era patrimonio di tutti e non solo degli antifascisti. Ognuna di queste iniziative è stata un contributo per superare l’odiosa classificazione tra morti di serie A e morti di serie B. Quella odiosa classificazione che oggi, invece, con un salto indietro di decenni, Smeriglio vorrebbe riproporre.