Renzi è l’espressione più evidente della crisi politica italiana. Anche esteticamente

Fossi stato un senatore, non avrei votato la fiducia a Matteo Renzi. Non tanto per quello che ha detto, ma per ciò che non ha detto e per aver detto malissimo quel poco che è riuscito ad articolare nel suo comizio dadaista spacciato per discorso programmatico. Qualcuno glielo deve pure dire che non si fa così. D’accordo, le istituzioni sono ai minimi termini per prestigio e credibilità. Ma non le si “rianima” di certo nel modo in cui il premier si atteggia nei loro confronti. E non soltanto per aver detto, esordendo, che il Senato non serve a niente e lo chiuderà a breve, ma per aver parlato al Paese, tramite i suoi rappresentanti (questo non lo ha evidentemente messo in conto) in modo approssimativo, inelegante (le mani in tasca), confuso (saltando da un titolo all’altro senza offrire una cornice unitaria),  sostanzialmente contrapponendo l’Italia civile (naturalmente buona) a quella legale (rappresentata dal Parlamento) tanto per fare ancora un po’ di quell’antipolitica che, guarda caso, lo ha portato nel santuario più inaccessibile della politica: Palazzo Chigi.

Renzi avrebbe bisogno di un gost writer e di un maestro di cerimonie che li spiegassero come si parla davanti ad un’assemblea rappresentativa che non è un consiglio comunale e come ci si comporta nell’ambito di un’istituzione che, per quanto decrepita (a suo giudizio, naturalmente: il Senato delle regioni o delle competenze e delle categorie sarebbe un’altra cosa e certamente utile al Paese, ma non crediamo che Renzi ne abbia mai sentito parlare  chiuso nel  suo furore savonaroliano), è pur sempre espressione del voto di milioni di italiani. Ma a lui di tutto questo interessa poco.

Così come pochissimo gli importa dei programmi. Se ne sono accorti perfino i suoi ministri, perduti nei loro foschi pensieri: non un accenno di sorriso, non un movimento del corpo, non un moto di sollievo o di soddisfazione. Niente di niente. Tetri come un’alba grigia e fredda. Per quanto attoniti, hanno comunque realizzato che i titoli sciorinati dal premier (e neppure tutti quelli che ci si aspettava) non sono altro che titoli, appunto. Ma i contenuti? Latitanti. Ne sappiamo meno di prima di quelle che saranno le intenzioni di Renzi su tasse e spesa pubblica, su Mezzogiorno, sanità e trasporti, sulla giustizia e perfino sulla scuola cui ha dedicato un pistolotto retorico che ha leggermente (vogliamo sperarlo per loro) offeso i senatori quando ha sottolineato che non parlano con gli insegnanti, mentre lui sì: diamine, ce l’ha in casa…

Non sappiamo nulla su come intende rapportarsi con l’Europa ed attuare  le politiche comunitarie, sulle questioni inerenti la sovranità nazionale e la crisi dell’euro, sulla finanza famelica che sta impoverendo non solo l’Italia e distruggendo risorse, sui beni culturali ed ambientali che stanno andando in rovina. Riforme? Più oscuro il quadro di quanto lo fosse prima del suo intervento. Non abbiamo capito nulla: la legge elettorale la farà o no ed in che tempi e la clausola stipulata con Alfano reggerà e se la legherà alla riforma del Senato che per avventura non dovesse passare, che cosa accadrà?

Interrogativi. Dubbi. Silenzi. Ma anche troppe inutili parole. E poi quelle mani in tasca…

Renzi è il prodotto più maturo della crisi della politica italiana. E non è un caso che la incarni al più alto livello.