Nuovo allarme sulle droghe “leggere”: «Il 15% dei consumatori di cannabis passa all’eroina»

«I modelli matematici, sperimentati anche sugli animali, dicono che per cento consumatori di cannabis almeno il 15-20% approda alle droghe più pesanti, compresa l’eroina. Dunque se la cannabis è più presente nei consumi dei giovani significa che in futuro avremo un aumento di eroinomani, perché chi semina cannabis raccoglie eroina». A dirlo in un’intervista all’Huffington Post Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento nazionale politiche antidroga (Dpa), l’organismo “tecnico” del governo italiano in materia di dipendenze. Serpelloni è un medico veronese, ha fra l’altro diretto un gruppo di studio internazionale sulle reazioni del cervello alle sostanze stupefacenti, con esperienza ventennale nel settore. Al dicastero per volontà dell’allora ministro Paolo Ferrero (Comunisti italiani), confermato da Livia Turco (Pd) e promosso a capo dipartimento da Carlo Giovanardi (Pdl). Forte di un profilo professionale al di sopra di ogni partigianeria politica, l’esperto del ministero è stato interpellato dal giornale on line diretto da Lucia Annunziata dopo l’allarme lanciato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, che ha segnalato un aumento esponenziale di produzione di oppiacei. Una scelta dei produttori mondiali che Serpelloni legge in questi termini. «La vendita dell’eroina è più redditizia sul lungo periodo perché crea una fortissima dipendenza nel consumatore. In fondo anche la cannabis è utilizzata in questo modo per agganciare».  A proposito di cannabis, l’esperto del ministero ribadisce la verità scientifica, al di là  della sentenza della Consulta che ha bocciato la legge Fini-Giovanardi sulle droghe “cosiddette” leggere. «La cannabis è una sostanza tossica e pericolosa per la salute», ha spiegato in più occasioni Serpelloni. Le evidenze scientifiche, come detto dal capo dipartimento antidroga del governi in occasione di un recente convegno all’ospedale Bambino Gesù di Roma parlano chiaro quando vengono fatti i paralleli impropri con gli alcolici. «Normalmente nella cannabis si trova dal 5 al 7% di principio attivo (Thc, ndr), ma oggi ci sono piante  “modificate” che arrivano anche al 55% di principio attivo. Quindi, di cosa stiamo parlando? Un conto è una bevanda con il 5% di alcol, come la birra, un conto una bevanda che arriva con manipolazioni al 55% di alcol. I rischi sono diversi». Semmai, come ipotizzato in altre occasioni dal capo dipartimento delle politiche antidroga, «tutta la spinta che c’è in questo momento negli Usa, ma anche in Europa e in Italia, per legalizzare la marijuana, potrebbe essere una attività di macro-marketing sostenuta da una serie di organizzazioni». Cui prodest? Qualcuno a cui gioverebbe la legalizzazione, ci sarebbe di sicuro. «Le multinazionali del tabacco hanno tutte le capacità e probabilmente anche le convenienze a riconvertire i loro aziende verso la produzione di cannabis legale. Le procedure di coltivazione del tabacco, del trattamento fino alla confezione e alla distribuzione del tabacco sono praticamente identiche».