Non ne possiamo più di Fabio Fazio, la Rai ne prenda atto. Ridateci Bonolis…

Fazio ne deve prendere atto, il suo non è un Festival di Sanremo e non è neanche un talent show come Amici. Il suo è un tentativo – peraltro riuscito male – di fare il gioco di una certa sinistra snob, quella per intenderci che, per darsi un tono, finge di innamorarsi di presunti artisti che avrebbero il progressismo nel sangue. In sostanza, gli Hollande della musica, gli Obama delle sette note, i Renzi della città dei fiori. Fatte salve pochissime eccezioni, le canzoni in gara non venderanno neppure un cd, non sono piaciute e basta farsi un giro sul web per capirlo. Fioccano le vignette contro Fazio, battutacce del tipo “San Francesco faceva parlare gli uccelli, San Remo fa cantare gli animali”, molti sottolineano gli euro che metteranno in tasca i conduttori «e hanno anche il coraggio di farci il predicozzo sulla disperazione di chi lavora e non ce la fa». Si sono formati anche gruppi contro Fazio, «non lo vogliamo», «se ne deve andare». E i dati di ascolto, in picchiata rispetto allo scorso anno, vanno a completare il quadro. Che senso ha un Festival così? Nessuno. Le avvisaglie, però, c’erano state già nella precedente edizione, che viene ricordata solo per i fischi a Crozza, chiamato sul palco a imitare Berlusconi, con la platea stufa della persecuzione mediatica messa in atto dai comici di sinistra. In più, gli ascolti – sia pure in calo – sono stati salvati unicamente dal tam-tam sulla presenza di Grillo in teatro e fuori, la gente era incuriosita e non è un caso se nella prima parte della serata non c’è stato il crollo che poi si è verificato col passar dei minuti. Diciamoci la verità: o Fazio non è all’altezza della situazione, non regge le serate e non sceglie bene le canzoni badando solo al tornaconto politico, oppure non rispecchia il gusto della stragrande maggioranza delle persone, poco incline ai falsi rivoluzionari della musica che sembrano usciti dai centri sociali e di cui non ricordano nemmeno il nome (eppure li chiamano big). In entrambi i casi, il conduttore dovrebbe prenderne atto e con lui anche i vertici della Rai. Ridateci Bonolis e magari anche Morandi, che almeno hanno avuto il merito di rilanciare il mercato discografico. Le furbate le hanno fatte anche loro, intendiamoci, ma con maggiore stile. Con Bonolis ci fu lo scandalo della canzone di Povia Luca era gay e in sala non c’era Grillo ma Franco Grillini (anche i cognomi riservano scherzi). Povia uscì vincitore, alla faccia del politicamente corretto. Con Morandi le polemiche scoppiarono per Celentano, che però non ne uscì bene per alcuni scivoloni verbali. In compenso, le canzoni erano di livello e hanno avuto successo. Qui invece dobbiamo accontentarci di Fazio e della Littizzetto: troppo poco, davvero troppo poco. Il gioco non vale la candela.