Menia: «Il Giorno del Ricordo resta la più bella vittoria della mia vita. I contestatori? Si qualificano da soli»

La legge che istituisce il Giorno del Ricordo porta il suo nome. E il triestino Roberto Menia, nel decimo anniversario della ricorrenza, continua a definirla «la più bella vittoria delle mia vita». Del resto, in un certo senso, questa è stata la battaglia della vita. Quando il 30 marzo 2004 il parlamento votò la legge a larghissima maggioranza, Menia era deputato di An e da un trentennio si batteva perché le vittime delle foibe e gli esuli trovassero il loro spazio nella storia e nella memoria della nazione. «Quest’anno? Ho trascorso un 10 febbraio itinerante: al mattino sono stato alla foiba di Basovizza dove ci sono le celebrazioni ufficiali e dove andavo anche prima del Giorno del Ricordo; poi sono sceso a Roma, dove ho partecipato a una serie di iniziative, tra le quali la presentazione di un libro con le associazioni degli esuli e un concerto serale a Sant’Andrea della Valle, organizzato dalla Regione Lazio».

A dieci anni dall’istituzione della “legge Menia” con quale spirito ha vissuto questa giornata?

Con lo spirito di sempre: con un senso di profonda partecipazione. Per me non è solo un fatto di riconciliazione. È un dovere morale, qualcosa di personale che mi gratifica intimamente, tanto più che la legge porta il mio nome.

E di fronte agli episodi di contestazione, negazionismo, vandalismo cosa ha pensato?

Che ci sono stati e ci saranno ancora, sono una manifestazione di imbecillità e quella non manca mai. Dopo di che, penso che siano fatti che tra la gente civile si autocondannano, che dimostrano che chi li compie non è degno di appartenere alla comunità della razza umana. Il senso di questa legge era far sì che foibe ed esodo non fossero più un dramma privato di noi che stiamo lassù, delle nostre famiglie, ma di tutti gli italiani. E oggi la stragrande maggioranza degli italiani lo riconosce come tale, poi ci sono quelli obnubilati dalla stupidità e dall’ideologia, ma sono frattaglie. Il grosso degli italiani – anche grazie alle iniziative nelle scuole, nelle università, nelle amministrazioni – oggi sa e capisce cosa avvenne. Il ricordo torna a essere parte della storia nazionale. Certo, poi ci sono tutti i limiti del caso, a partire dal fatto che sono passati settant’anni e che non potrà mai essere resa giustizia. Bisogna fare i conti con il fatto che non potrà mai esistere una memoria comune su tutto, che ognuno ha le sue memorie, che ognuno è figlio del suo percorso personale, politico, di popolo, ma bisogna anche essere consapevoli del fatto che su quelle vicende ora esiste una oggettività storica che le ha restituite alla memoria italiana, che ormai questi sono fatti che non è più possibile negare.

Qual è il suo percorso? Come è arrivato a diventare il primo firmatario della legge sul Giorno del Ricordo?

Io sono nato a Est perché sono figlio di questa storia. Sono nato da questa parte del confine, a Trieste – città che ha dato sangue, storie personali e molto altro – perché mia mamma, mio nonno, che era stato volontario nella Grande Guerra, scelsero la via dell’esilio per rimanere liberi italiani. Di là c’era il pericolo delle foibe, ma c’era anche la rinuncia a parlare la propria lingua, a professare la propria religione, a mantenere le proprie tradizioni. Come altri 350mila loro scelsero di restare italiani. Poi c’è il percorso della mia attività politica a Trieste. Erano gli anni Settanta, quelli del Trattato di Osimo, con cui l’Italia cedeva alla Jugoslavia l’ultimo pezzo di Istria, la terra in cui era nata mia mamma… È stato un percorso inevitabile. Fin da bambino avevo la prova dell’ingiustizia umana e di questi fatti della storia. Ho il ricordo delle lacrime di mia mamma di fronte alla sua casa, quando mi indicava la finestra da cui si affacciava, la soffitta in cui giocava. Stanze che poi erano state abitata da altra gente, che parlava un’altra lingua e che a lei e alla sua famiglia aveva portato via tutto. Io, da bambino, pensavo “qualcosa voglio farlo”. Ma, quando prendevo le pedate perché stavo nel Fronte della gioventù e compivamo atti di ribellione, non avrei mai pensato di andare in Parlamento e vedere approvata quella legge con il mio nome. Questo nessuno me lo può portare via, a prescindere dal corso delle cose.

Che effetto le fa l’uscita contro il ricordo delle foibe che Antonello Venditti ha ritenuto di potersi concedere proprio a Trieste?

Mi fa pensare che dovrebbe vergognarsi, di fronte a un’uscita del genere per me perde qualunque merito artistico. Comunque, anche lui si qualifica da solo.