Matteo s’è scordato di rottamare gli indagati del Pd. E loro si candidano, come se niente fosse

Almeno per il momento, la tanto sbandierata ventata di rottamazione del neo-premier Matteo Renzi sembra soffiare solo entro certi confini: di sicuro non è passata per Pescara, dove l’ex sindaco democrat Luciano D’Alfonso, con un pedigree politico macchiato da una durissima accusa di «corruzione permanente», arriva al paradosso di proporsi come governatore d’Abruzzo. E di certo non si è spinta fino a Bari, città in cui il candidato sindaco del centro-sinistra solo domenica scorsa, nei giorni caldi dell’insediamento del nuovo presidente del consiglio nominato direttamente da Largo del Nazareno, ha vinto, con il 53% delle preferenze, le primarie del Pd indette per la corsa elettorale cittadina. Una scuderia di candidati democratici non proprio “purosangue”, insomma, dove più che le credenziali di presentabilità politica e le certificazioni curriculari di garanzia morale, sembrano fioccare gli avvisi… di garanzia. E infatti, come dettagliatamente resocontato oggi da Il Fatto Quotidiano, il pugliese Decaro risulta indagato dalla Procura di Bari per tentativo d’abuso d’ufficio: «avrebbe tentato di favorire – cita l’articolo del giornale diretto da Padellaro – tra il 2005 e il 2009, un suo parente in un concorso pubblico». Un sospetto che poi, alimentato dai successivi risvolti processuali, lo avrebbe indotto ad autosospendersi dalla carica di capogruppo del Pd al Consiglio regionale della Puglia, ma che certo, ad oggi, non lo ha dissuaso dal candidarsi a primo cittadino di Bari.

Un rilancio al buio, insomma, quello proposto dal candidato Pd barese – e votato a scatola chiusa dai suoi elettori – che nella partita elettorale vede al tavolo da gioco un altro candidato in lizza come d’Alfonso puntare direttamente alla poltrona di governatore d’Abruzzo. Una vera mano di poker, insomma, quella che sembra volersi giocare l’ex sindaco abruzzese, posto agli arresti domiciliari nel dicembre del 2008 per presunte tangenti al Comune di Pescara riscosse in cambio di appalti, ora incoraggiato dall’assoluzione in primo grado nel processo “Housework”. Un bluff che la procura vuole smascherare con determinazione: il pm Gennaro Varone, infatti, ha presentato ricorso in appello contestando con argomentazioni durissime l’assoluzione di D’Alfonso. Motivazioni che rispondono a logiche contabili e verità numeriche secondo cui, il candidato governatore e la sua famiglia, avrebbero sostenuto nel tempo un tenore di vita alto, a fronte di introiti proporzionalmente bassissimi, e di uscite dai conti correnti – informa la Procura e riporta il Fatto Quotidiano – così esigue da risultare «incompatibili con le necessità di un nucleo familiare di cinque persone (genitori e tre figli), dotato di due autovetture e ben tre abitazioni, dal momento che per alcuni mesi l’entita delle spese è inferiore ai 50 o ai 100 euro; per altri pari a zero». Uno stile di vita per la Procura «compatibile solo con l’esistenza di entrate extra-contabili». Eppure, nel grande gioco della politica succede persino che un candidato sindaco indagato vinca le primarie e un ex sindaco accusato di riscuotere mazzette punti al vertice della Regione, tutto in salsa rigorosamente democrat: e il prezzo da pagare è ancora tutto da stabilire.