Marò, la farsa continua. L’India è orientata a non chiedere la pena di morte, ma c’è poco da festeggiare

Ancora un rinvio, l’ennesimo, in un caso giudiziario che si trascina ormai da due anni, quello dei marò Latorre e Girone, accusati di aver ucciso due pescatori indiani nel febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala, in India. Di fronte all’ormai evidente difficoltà del governo indiano di formulare i capi di imputazione contro i marò – che tuttavia qualcuno crede essere invece un “metodo” preciso – l’Italia intende giocare fino in fondo la carta del ritorno immediato in patria di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. L’ormai probabile dietrofront di Nuova Delhi sull’applicazione della controversa legge antiterrorismo del Sua Act avrebbe l’effetto di allungare considerevolmente i tempi del processo. La National investigation Agency (Nia), sarebbe costretta a gettare alle ortiche il fascicolo delle accuse già pronto. O addirittura ad abbandonare l’inchiesta per l’impossibilità di incriminare i due Fucilieri di Marina. Tra le soluzioni al “pasticcio” giuridico ci potrebbe essere la modifica della legge sulla Nia per permettere l’utilizzo del Codice penale indiano, per esempio dell’articolo 302 previsto per il reato di omicidio. Ma è necessario l’intervento del Parlamento che si riunirà dal 5 al 21 febbraio per approvare la Finanziaria, prima della fine del suo mandato quinquennale. Inoltre l’India dovrebbe trovare un altro solido escamotage per far valere la sua giurisdizione nella cosiddetta zona contigua al di fuori delle acque territoriali – dove è avvenuto l’incidente – che richiederebbe di sicuro molto tempo e che corre il rischio di essere contestata dalla difesa italiana. «Si prendano tutto il tempo che vogliono, ma con i due marò in Italia», è la chiara posizione dell’inviato del governo Staffan de Mistura a proposito dei possibili scenari che si presentano nell’udienza di lunedì della Corte Suprema. Il diplomatico ha così posto una nuova linea rossa che si aggiunge a quella della non applicabilità della pena di morte più volte ribadita e che ha trovato anche il supporto dell’Unione Europea. De Mistura però dimentica che i due marò in Italia c’erano, e che il governo li ha poi rispediti in India grazie al ricatto del governo asiatico di trattenere il nostro ambasciatore. Perché stavolta le cose dovrebbero andare diversamente? Parlando ai giornalisti dopo la seduta, il diplomatico ha precisato che «insisteremo che siano autorizzati immediatamente a tornare in Italia». La richiesta è stata formulata anche dall’avvocato Mukul Rohatgi, che guida il team legale italiano nel ricorso al massimo organo giudiziario di Nuova Delhi. «Siamo pronti a dare tutte le garanzie che la Corte richiede», ha detto al giudice B.S. Chauhan. L’ipotesi ha però sollevato l’obiezione dell’Attorney General G.E. Vahanvati, che ha ricordato l’incidente diplomatico dello scorso anno, quando l’Italia decise di non rispedire i marò in India dopo la licenza elettorale, salvo poi cambiare idea all’ultimo momento, quando New Delhi assicurò con una garanzia scritta che il caso non rientrava tra quelli che sono puniti con la pena di morte. Pochi minuti prima dell’udienza, il rappresentante legale del governo indiano aveva avvicinato de Mistura per proporgli una proroga, ma l’inviato, come ha spiegato dopo ai giornalisti, gli ha risposto un «secco no». Il diplomatico non ha rivelato il contenuto del colloquio Lo stallo sulla vicenda, causato dalle divergenze tra i ministeri dell’Interno, Giustizia e Esteri, ha segnato un ritorno dell’interesse dei media indiani nella crisi diplomatica con l’Italia. Sul caso siamo a una possibile svolta, ma bisognerà aspettare ancora una settimana. E mettiamo che i marò tornino in Italia e che in seguito l’India li condanni. Che succederebbe, allora? Ritireremmo per sempre l’ambasciatore per evitare che possa essere messo agli arresti domiciliari?

Chi non crede assolutamente che il governo indiano sia in difficoltà, ma che lo sia quello italiano, è il presidente dei deputati di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: «Ennesimo rinvio, ennesima umiliazione per l’Italia. Da due anni i marò Latorre e Girone sono illecitamente detenuti in India, in piena violazione del diritto internazionale e senza neanche un capo di accusa formulato dal governo di Nuova Delhi», ha detto, aggiungendo: «La Corte Suprema Indiana ha dato al governo indiano ancora una settimana per formulare questo fantomatico capo di accusa, come se 24 mesi di tempo non fossero già troppi. E le notizie, riportate dalle agenzie di stampa, secondo cui sarebbero intenzionati a rinunciare all’uso della legge antiterrorismo dimostrano quanto strumentale e beffardo sia l’atteggiamento assunto nei riguardi dell’Italia dall’India che ha trasformato i nostri militari in bandierine da sfoggiare in campagna elettorale. Il governo italiano – ha concluso la Meloni – intervenga immediatamente in sede Onu, Nato e Ue, visto che almeno a parole sembra essersi svegliato dal letargo. La pazienza è davvero finita e il popolo italiano non è più disposto a subire questo ignobile oltraggio: i marò devono tornare a casa».