Marò. Italia umiliata e derisa grazie a Monti, Letta, Bonino e ai pregiudizi della sinistra

La peggiore esclamazione, dopo l’ultimo schiaffo rifilato dall’India all’Italia sul caso dei marò, è firmata da Emma Bonino: «Adesso basta». Due parole che sanno di beffa perché non è «adesso» che è stato oltrepassato ogni limite, non si contano più i giorni, è un’eternità che i nostri ragazzi in divisa sono piombati in un tunnel, offesi, accusati di tutto, trattati come criminali. È un’eternità che sul web c’è una mobilitazione enorme per la liberazione dei due fucilieri, gruppi nati spontaneamente su facebook, immagini che circolano in modo vorticoso. E in questa eternità ci sono stati i grandi assenti. O meglio, i colpevoli. È infatti evidente che si sono sommati due anni di fallimenti, con Monti e Letta che dovrebbero salire sul banco degli imputati. Hanno permesso, senza battere ciglio, che il nostro Paese fosse deriso, umiliato, offeso. Non sono stati presi per i fondelli solo Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ma tutti gli italiani. Dal governo tecnico al governo di strane intese a guida Pd a primeggiare è stato l’immobilismo ed è stato necessario non il secondo o terzo rinvio delle autorità indiane ma addirittura il trentesimo per richiamare il nostro ambasciatore a Nuova Delhi. Per ventiquattro mesi, invece, nulla di nulla, il vuoto assoluto, solo parole vuote. A tutto questo va aggiunta la politica balbettante della Bonino che, se si fosse mobilitata per i marò come si è mobilitata per Luxuria, avrebbe avuto comunque qualche risultato. E invece, anche grazie a lei, non è stata salvaguardata la dignità nazionale, un elemento – questo – che avrebbe indotto chiunque alle dimissioni. Chiunque ma non gli esponenti del centrosinistra e nemmeno i finti tecnici vestiti da professori, capaci solo di stangare la gente comune. Viene un sospetto: i marò – di per sé – non sono stati mai digeriti da una certa fazione politica per motivi ideologici. E questa sarebbe la cosa peggiore, un’aggravante per chi non ha mosso un dito per la liberazione dei nostri militari. La cui colpa, per una sinistra ancora legata ai vecchi schemi, è quella di indossare una divisa.