Marò, ancora 7 giorni: gli ultimi? De Mistura: altrimenti siano autorizzati a rientrare subito in Italia

Un’altra settimana di attesa, ma dovrebbe essere l’ultima. Il condizionale è d’obbligo, trattandosi della giustizia indiana (che purtroppo ha perso o dimenticato le sue origini anglosassoni di garantismo e tempestività). Il giudice della Corte Suprema di New Delhi, Bs Chauhan, rinviando l’udienza a lunedì prossimo, ha posto alla pubblica accusa il limite non estendibile di una settimana per presentare una soluzione sulle modalità di incriminazione dei marò: «Vi concedo ancora una settimana – ha insistito – ma non sono disposto ad attendere oltre». È stata così rinviata a lunedì 10 febbraio l’udienza in cui sarà esaminato il ricorso dell’Italia sulla vicenda dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, da due anni trattenuti in India per l’uccisione di due pescatori scambiati per pirati. Il presidente della Corte ha preso la decisione dopo aver ascoltato le ragioni del ricorso italiano. La seduta, durata appena una ventina di minuti, è iniziata con la richiesta della pubblica accusa di un rinvio, subito contestata dall’avvocato Mukul Rohatgi a nome del team italiano. Il legale ha quindi chiesto al giudice Chauhan il permesso di esporre le sue ragioni. Ha ricordato che il caso si trascina da due anni e che la decisione di usare la legge antiterrorismo Sua Act contraddice quanto stabilito dalla sentenza della Corte del 18 gennaio 2013, oltre a violare la garanzia del governo indiano sulla non applicabilità della pena di morte nell’incidente che ha coinvolto Latorre e Girone il 15 febbraio 2012. Rohatgi ha poi accennato alla confusione tra i ministeri della Giustizia e degli Interni e che, secondo fonti di stampa, quest’ultimo avrebbe autorizzato la polizia Nia a incriminare i marò in base al Sua Act «nello stesso giorno in cui la Corte esaminava il ricorso italiano». Ha inoltre ricordato al giudice che il caso sta danneggiando le relazioni diplomatiche con l’Italia e anche con l’Unione Europea. «Abbiamo quasi trovato una soluzione», ha detto dal canto suo il procuratore Vanvahati, rappresentante dell’accusa, chiedendo ancora 2 o 3 settimane di tempo. Ma la richiesta ha sollevato le vivaci reazioni del difensore Rohatgi, che a questo punto ha suggerito di autorizzare il rientro in Italia dei due fucilieri in attesa che vengano presentati i capi di imputazione. Sul possibile rimpatrio la pubblica accusa ha ricordato al giudice che un anno fa, dopo la concessione di una licenza per le elezioni, «i marò non sono tornati». L’avvocato Rohatgi ha subito ribattuto sostenendo il contrario, ossia che «sono rientrati nei tempi stabiliti», e su questo battibecco si è conclusa l’udienza.
L’inviato del nostro governo, Staffan De Mistura, ha poi ribadito ai giornalisti: «Abbiamo chiesto alla Corte che, di fronte all’indecisione della pubblica accusa, i marò siano autorizzati a tornare in Italia. E questa richiesta la ripeteremo con forza anche lunedì prossimo indipendentemente dall’esito dell’udienza. La pubblica accusa non può più giocare con i tempi. Abbiamo ricordato tramite il nostro avvocato che ci sono stati 25 rinvii giudiziari senza un pezzo di carta. Prima l’unica linea rossa era il non utilizzo del Sua Act. Ora lo sono diventati anche i ritardi».
In merito a questa vicenda è da registrare una dichiarazione dell’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa che, replicando all’attuale titolare del dicastero Emma Bonino (secondo cui fu La Russa a decidere la presenza di militari a bordo senza definire linee di comando), ha precisato: «Come ministro della Difesa fui quasi l’unico ad esprimere pubblica contrarietà ritenendo che fosse più opportuno il ricorso ai “contractors” per la difesa delle navi».