Marino sta ammazzando Roma con vane promesse e inutili slogan

Roma merita di più. Non merita di essere preda  delle isterie di un sindaco incapace. Nè merita di essere assalita dalla insolenza collettiva,  ogni volta che si parla della Capitale. Non lo merita, per la sua storia, per la sua maestosa  bellezza, per i suoi monumenti, i suoi giacimenti archeologici, per la sua cultura, per quel fascino interiore che, nonostante tutto e nonostante i guasti provocati da chi l’ha amministrata negli ultimi cinquant’anni, continua ad emanare.Non lo merita perche è Roma. Superba sintesi di antichi splendori, mai sopite speranze, inguaribili nostalgie. Roma , una città da amare. Soprattutto. L’hanno amata poeti, artisti, pittori, scultori,cardinali, pontefici, principi ,viaggiatori venuti da ogni angolo della Terra. Ora la stanno uccidendo. “Se uno capisce qual è la vera bellezza di Roma, tante cose le metterebbe in atto, ci vuole un punto di vista estetico che viene sempre trascurato”, confessa con dolente passione lo scrittore Raffaele La Capria. Ha ragione: manca un punto di vista estetico. Non basta arrabattarsi con le cifre del tracollo finanziario, nè  esplodere di rabbia per il degrado, l’incuria, la maleducazione in cui affonda la città. Nè è sufficiente l’indignazione che sale tra i romani, per natura fin troppo pazienti e scanzonati, quando leggono le cifre della corruzione, della malversazione, e fanno i conti con una tassazione locale arrivata alle stelle. No, non basta. Per la semplice ragione che, poi, tutto resta come prima. Anzi, peggio di prima. Arriverà un nuovo decreto “salva Roma”, a tappare il buco di bilancio. Tra mille polemiche e mille distinguo. Suonerà la grancassa del Nord contro “Roma ladrona”. I giornali faranno le bucce ai bilanci di Atac e Acea, alle 160 società partecipate dal Comune. Continueranno a scrivere che non ha senso tenere in piedi una azienda che fa acqua da tutte le parti  e che ha in carico un personale di  62 mila addetti, tra dipendenti diretti e indiretti.  Che è inaccettabile e insostenibile  un diasavanzo, diventato ormai strutturale,  che supera abbondantemente gli  8oo milioni. Ascolteremo ancora litanie, piagnistei, stucchevoli rivendicazioni. Intanto Roma continuerà a marcire, ad arretrare nella classifica delle capitali europe, a languire nel suo stato di impotenza, vittima delle sue classi dirigenti e prigioniera della sua indolenza. Neppure il Giubileo del Duemila, che  pure fu una straordinaria occasione di riscatto e di rilancio grazie ad un grande Papa polacco, è riuscito a scuotere le coscienze. Sono passati da allora quattordici anni. In mezzo c’è stato un nuovo piano regolatore, fonte di immani speculazioni edilizie. Ricordate la “cura del ferro” per abbattere il  congestionamento del traffico urbano ? Il sindaco Rutelli ne fece un mantra. E Veltroni, dopo di lui. Ma non fecero nulla di quanto avevavo promesso.Tutto è restato sulla carta. Nel frattempo, l’opera di cementificazione, affidata ai soliti palazzinari, è avanzata inarrestabile, bruciando risorse e sottraendo luoghi , aree, porzioni bellissime della campagna romana. Sessanta mila ettari di area urbanizzata, 7o milioni di metri cubi di case, supermercati, centri commerciali. Le “nuove centralità urbane”, così definiti nel linguaggio immaginifico da illustri architetti i nuovi quartieri e le immense perferie, ridotte ad un ammasso indistinto di volumi , prive di identità , senza anima e colore. Un caotico addensarsi di mortificanti povertà costruttive e di opinabili residenzialità sconnesse e slegate fra loro. Un tessuto urbano  sdrucito, slabbrato, indecoroso. Questa è diventata Roma, grazie alla pochezza del governo capitolino e alla scarsa attenzione dei governi nazionali. Quale miopia nel credere che bastasse inserire in Costituzione la voce Roma Capitale, per farla grande davvero, la Capitale d’Italia ! Oppure, nel lasciarsi guidare da una legge speciale, pensata solo e soltanto per garantire  entrate certe e continue nelle casse del Campidoglio !  L’unico risultato che si è ottenuto è stato quello di far apparire la città eterna odiosa ai non romani, luogo di sperpero, di perdizione burocratica, di indecente sfruttamento delle risorse prodotte  con il sacrificio e il sudore  degli italiani che a Roma non vivono. E’ mancato uno sforzo identitario, collettivo , quel processo culturale che fa sentire ad ogni italiano amore profondo e sincero per la Capitale, un qualcosa di alto , nobile, eterno, capace di rappresentare tutti,  e in cui tutti possano riconoscersi. Internazionale nel nome, nei fatti Roma non si è mai internazionalizzata. Non è diventata una metropoli moderna, accessibile,  veloce, vivibile.  Con i suoi poco più di 40 chilometri di metropolitana e due linee appena, non regge il confronto con Parigi, che di linee  ne ha 16 per 200 chilometri, con Londra, 13 linee per 460 chilometri, con Citta del Messico ( 12 linee per 220 chilometri),  New York (26 linee, 368 chilometri), Shangai (12 linee, 407 chilometri), Santiago del Cile (5 linee, 110 chilometri), Atene (3 linee, 55 chilometri), Bucarest (4 linee, 70 chilometri). Il paragone non regge neppure con Milano (3 linee, 84 chilometri) che ha una superficie sette volte inferiore e metà della popolazione, oppure con Napoli che con 3 linee metropolitane copre 30 chilometri, ma ha un territorio undici volte più piccolo e abitanti una volta e mezzo meno. La verità è che si è perso tempo prezioso. Invece di pensare in grande, alla dimensione metropolitana di Roma, che travalica i suoi confini e comprende un’area molto più vasta, uno spazio interdipendente e da “riammagliare”  in termini di servizi e infrastrutture, si è pensato a cristallizzare l’esistente, a comprimere la città, ingabbiandola in scelte urbanistiche idonee a soddisfare iteressi particolari, però inadatte ad esaltarne la funzione pubblica . Insomma, è mancata una Idea per la Capitale. Di questa assenza oggi paghiamo le conseguenze. E si registrano i danni. Li possiamo appena scorgere nei buchi di bilancio.