Lo scetticismo che circonda Renzi è un pessimo viatico per il Paese

Dalla lettura dei giornali e dai resoconti dei due dibattiti parlamentari quel che di notevole emerge è la “non fiducia” (altra cosa è la “non sfiducia”, per quanto possa apparire sottile la distinzione) a Renzi. Non abbiamo riscontrato neppure un aggettivo di apprezzamento, né un giudizio entusiasta sulle sue dichiarazioni programmatiche. Viceversa abbiamo colto scetticismo, malinconia, preoccupazione, amarezza. Un viatico che non ha precedenti nella storia repubblicana. Il rottamatore che ha rottamato tutti coloro che si frapponevano tra lui e la poltrona ambita, ha davanti a se praterie di diffidenza da dover dissodare a colpi di aratro. E non sarà facile perché non c’è nessun indicatore a suo favore su cui possa fare affidamento. Presto getterà la maschera di “guastatore” e comincerà a guardare dentro la macchina dello Stato scorgendovi ampie zone d’ombra, per non dire il buio totale, che lui, con il suo mediocre governo, dovrebbe illuminare. Impresa improba, ma che, naturalmente, ci auguriamo, come cittadini, che gli riesca. Diversamente nessuna comprensione gli verrà accordata viste le brutali modalità con le quali è arrivato a Palazzo Chigi soltanto perché il “partito glielo chiedeva”.

Questa sorta di imperiosa domanda nell’assumere la guida del governo, francamente non l’abbiamo mai registrata. Forse eravamo distratti. I timidi applausi che dai settori del Pd alla Camera e al Senato gli sono stati tributati, unitamente ai freddi riconoscimenti di circostanza, non depongono a favore della sua popolarità nel partito. Questo “mantra” che i suoi dirigenti fanno circolare da giorni, imperniato sulla indispensabile assunzione di responsabilità del segretario per dare maggior peso al partito stesso nell’azione di governo, non ci convince per niente. Ma perché con Letta il Pd non era pur sempre l’azionista di maggioranza della coalizione?

Giustificazioni risibili. Fin dal primo momento, e cioè da quanto ha avuto la certezza che avrebbe vinto le primarie, Renzi ha coltivato il sogno di prendere possesso di Palazzo Chigi. Un’altra lettura della vicenda è stucchevole a dir poco. Chi si è illuso circa le sue reali intenzioni adesso è quantomeno perplesso ascoltandolo.  E soprattutto nel Pd cresce lo sconcerto che abbiamo toccato con mano in questi giorni.

Ci chiediamo: può un leader governare un Paese senza essere sostenuto convintamente innanzitutto dal suo stesso partito? La risposta è implicita nella domanda. Ed è per questo che, con qualche legittima apprensione, guardiamo all’esperimento di Renzi come ad un’avventura senza ritorno. Speriamo di ricrederci, naturalmente. Ma basta ricordare ciò che ha annunciato per cadere nella depressione: se, come ha detto, ci sono tutti questi miliardi a disposizione per intervenire in alcuni dei settori strategici e più bisognosi, perché non sono stati utilmente impiegati prima? Forse, da esponente del Pd non proprio di secondo piano, una qualche indicazione in merito ai suoi predecessori poteva darla evitandoci ambasce inutili e dannose.

Vedremo. Ma non nutriamo fiducia. Anzi, siamo più preoccupati di prima.