Letta liquidato con un discorso di pochi minuti. Ora si attendono il programma di Renzi e le mosse di Napolitano

Matteo Renzi ha varcato il Rubicone e alla direzione del Pd, con un intervento durato poche decine di minuti, ha liquidato il capo del governo, ben sapendo di correre un grosso rischio. In più ha sdoganato a sinistra il concetto dell’impavida ambizione. L’ambizione, dunque, non è un male in politica. Adesso si entra in un territorio sconosciuto. Lo stesso Quirinale, che fino all’ultimo aveva rappresentato lo scudo dietro il quale si era difeso Enrico Letta, ha dato l’impressione di dover ancora valutare il radicale cambio di scenario impresso dal sindaco rottamatore.

Per Napolitano primo pericolo da scongiurare è un ritorno al buio alle urne, proprio mentre è in corso la gestazione della nuova legge elettorale nata dal patto tra Renzi e Berlusconi. Ma forse questo è l’unico asse che per ora resiste alla blitzkrieg renziana: in fondo entrambi i contraenti hanno interesse a presentarsi come i padri di una fase davvero diversa della politica italiana. Però è vero che questo è anche il fianco debole del nuovo equilibrio democratico: già Nichi Vendola e Pippo Civati rimproverano al segretario del Pd di aver ”resuscitato” dalle proprie ceneri il Cavaliere (che guiderà la delegazione azzurra al Colle per le consultazioni). Renzi per ora non se ne cura perché ha altri problemi. Il primo è quello di aver affondato il premier del suo partito senza spiegare alla direzione su quale base programmatica intende entrare a palazzo Chigi. Impegno Italia, la bozza presentata da Letta, ne farà parte, ma la realtà è che nessuno sa in che cosa consista davvero il famoso Jobs Act, dove Renzi troverà più soldi di Letta per tagliare le tasse e il cuneo fiscale, né come farà a sburocratizzare l’Italia senza apparire una brutta copia del Calderoli che bruciava gli scatoloni delle leggi ”inutili”. L’arma principale di Renzi è la maggioranza bulgara con cui la direzione del partito gli ha dato carta bianca (hanno votato contro la sua relazione solo i civatiani): gli alleati di Letta si sono liquefatti come neve al sole e lo stesso premier uscente è apparso al vicepremier Alfano fin troppo arrendevole. L’uomo che per questo esperimento ha dato vita alla scissione del Ncd è forse colui che rischia di pagare il prezzo più caro: non a caso avverte che non accetterà né un governo politico, né l’ingresso dei vendoliani nella maggioranza. Ma l’impressione è che sia in arrivo un’onda di piena alla quale i piccoli partiti si dovranno adeguare o soccombere.

Renzi può contare sul sostegno delle parti sociali (Squinzi ha giudicato deludente il progetto di Letta e nutre molte speranze nel nuovo corso, i sindacati sono con lui), di Scelta civica, e su alcune timide aperture delle opposizioni che si dicono disponibili a valutare i contenuti del suo programma. Il premier in pectore mette tutti davanti al bivio: una legislatura costituente o il ritorno alle urne, invocato da 5 Stelle, Lega e da Forza Italia. Si tratta adesso di vedere come Napolitano gestirà la delicata ”staffetta”, passaggio che per la prima volta da molti anni sembra non avere avuto il suo fulcro al Quirinale. Non hanno torto infatti i critici che osservano come si sia trattato di una crisi tutta extraparlamentare che vedrà approdare a palazzo Chigi un uomo che non siede né alla Camera né al Senato. Al di là dei giudizi, si tratta certamente di un profondo cambiamento della prassi politica sulla quale i principali esponenti della vecchia guardia della sinistra (da Prodi a Barca) preferiscono non esprimersi. Renzi non potrà ignorare nemmeno le prime impressioni delle cancellerie europee dove serpeggia una certa preoccupazione per come il neoleader della sinistra italiana, che tanto si ispira al pragmatismo anglosassone, gestirà il semestre italiano di presidenza della Ue e soprattutto i critici rapporti con il merkelismo che prevale in quel di Bruxelles.