La sindrome di lesa maestà colpisce anche il Pd. A Bologna dimissioni in massa nel circolo di Prodi

I grillini dissidenti affermano che chi “tocca Beppe muore”. Ma la sindrome del reato di lesa maestà che ha colpito il movimento cinquestelle e che ha provocato espulsioni, fughe e addii sembra aver contagiato anche il Pd di Matteo Renzi. Solo che in  questo caso la parola d’ordine è minimizzare. Come riportano alcuni siti web, la bufera è esplosa a Bologna nell’ex circolo Pd di Romano Prodi, il “Galvani” di via Orfeo. Cecilia Alessandrini, segretaria del circolo, (quella per intenderci che ai tempi del siluramento dell’ex premier per il Quirinale raccolse il disappunto degli iscritti e la decisione di Prodi di non iscriversi più al partito) con una mail ha dato l’addio al partito. Con lei si sono dimessi anche quattro giovani membri del direttivo. Una decisione che ha destabilizzato il piddì bolognese. «Questa decisione sofferta – ha scritto Alessandrini nella mail – è maturata dopo le ultime vicende che hanno portato, con la complicità del nostro partito, alla nomina da parte del presidente della Repubblica del terzo presidente del Consiglio il cui progetto politico non è stato votato alle elezioni». Ma Alessandrini non ha digerito nemmeno il diktat sulla fiducia al governo. Nella sua lettera si parla di un clima nel partito «che vede “costretta”, sotto minaccia di espulsione, la sua parte più critica, e dunque vitale, a votare a favore di un governo contro la formazione del quale ha votato in direzione nazionale». Per Alessandrini «se alla subalternità e all’assoggettamento al sistema si aggiunge anche l’impossibilità di dissentire, che precedentemente non è mai mancata e che è stata ampiamente usata e “abusata” da tutti, a mio avviso vuol dire che non c’è davvero più spazio per un agire politico autonomo». Un dissenso condiviso, tant’è che sono arrivate le «dimissioni di quattro membri del direttivo del circolo di cui tre membri anche della segreteria. Mario, Elisa, Umberto e Fabrizio che hanno un’età compresa tra 36 e 18 anni. Un partito che spinge, in pochi mesi, persone valide, capaci, con il desiderio di impegnarsi a “fuggire” è un partito con dei problemi molto seri e non certo solo di rinnovamento». Accuse respinte al mittente da Massimiliano Carbone, sostenitore del premier nel circolo: il Pd «non ha mai spinto (se le parole hanno un senso) nessuno a “fuggire”: la scelta di Cecilia e degli altri è una scelta legittima ma avvenuta in piena libertà». Anche il segretario del Pd di Bologna, Raffaele Donini, ha giudicato “sbagliata” la scelta della segretaria di lasciare il partito: «Non è questo il momento per mollare per fortuna il sentimento più diffuso è quello di contribuire, anche in modo critico, a questa fase politica». Donini non crede ci possa essere un rapporto con l’aut aut che ha preceduto il voto di fiducia a Renzi. «Non penso si riferisse a me. Ho chiarito anche con Civati che da parte mia non c’era alcuna minaccia di espulsione – ha sottolineato il segretario – erano gli stessi dirigenti e parlamentari più critici nei confronti della fiducia a Renzi ad essere consapevoli che un voto contrario avrebbe significato l’uscita dal partito. Tant’è vero che hanno votato la fiducia per rimanere nel Pd».