La rivoluzione può attendere: Renzi torna alle vecchie liturgie politiche

La Terza Repubblica potrebbe cominciare tra qualche giorno, forse anche alla fine di questa settimana. A dare l’evidente segnale del passaggio di testimone tra la vecchia e claudicante Seconda Repubblica e il nuovo corso sarebbe l’arrivo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Si tratterebbe oggettivamente di una rivoluzione generazionale che coinvolgerebbe tutti i partiti, ma anche di un cambiamento profondo della sinistra italiana, che imboccherebbe la strada della socialdemocrazia europea. Peccato, però, che di solito queste rivoluzioni avvengono per via elettorale, con programmi che si confrontano e leader che si scontrano, con i cittadini chiamati ad imprimere la svolta tanto attesa.

Da quel che si sta vedendo, invece, la nascita della Terza Repubblica sta per avvenire con le liturgie della prima. Il passo chiave sarebbe la “staffetta” tra Letta e Renzi, usando terminologia e metodi del passato remoto della politica italiana. L’ostacolo ancora da superare, poi, sarebbe il “paracadute” per Letta, al quale occorre garantire l’onore delle armi con una sistemazione adeguata, cosa non facile per il segretario del Pd, che lo vivrebbe come un ostacolo sia al ministero degli Esteri sia alla Commissione europea.

Renzi alla fine sta cedendo alle vecchie liturgie della politica, quindi, consapevole che dopo l’incardinamento dell’Italicum e lo spostamento di Casini verso il centrodestra rischia di andare al voto e di perdere contro Berlusconi o qualsiasi candidato del Cavaliere. I sondaggi parlano chiaro e se lo scontro è bipolare – nonostante l’intralcio di Grillo – a prevalere è sempre il centrodestra.

Ecco perché la rivoluzione può attendere e per Renzi è meglio arrivare al governo per le vie brevi, stringere un accordo di ferro con Alfano e andare avanti fino al 2018 facendo le riforme mentre Berlusconi esce di scena e il Pd si normalizza con la rottamazione definitiva della vecchia classe dirigente. E tra i rottamati da Renzi stavolta ci sarebbe anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, verso il quale il clima è cambiato sia nel Pd sia nella grande stampa. Non a caso a scaldarsi a bordo campo c’è Romano Prodi, grande sponsor del segretario aspirante premier, che spera di andare in tempi brevi al Quirinale per poi blindare il neo-presidente del Consiglio con un catenaccio degno di Oscar Luigi Scalfaro.

Se questo è il disegno di Renzi, che piace a tutti i partiti perché allunga la vita della legislatura, quello dei suoi avversari interni ed esterni è uguale e contrario. Nel Pd vogliono spedirlo a Palazzo Chigi per riprendersi il partito, mentre Berlusconi spera che il governo lo logori a tal punto da renderlo innocuo alle prossime elezioni.

Si tratta di una partita a scacchi giocata con le liturgie della vecchia politica, dalla quale dovrebbe venir fuori quel nuovo che l’Italia da molti anni attende.