La “rivoluzione” di Renzi in quattro mesi; il declino di Alfano in poche ore (salvo ripensamenti)

Quattro riforme in quattro mesi. Sistema elettorale, pubblica amministrazione, lavoro e fisco. Le ha snocciolate così, in quest’ordine, Matteo Renzi le priorità del suo governo, dopo aver ricevuto l’incarico  dal capo dello Stato. A fine giugno, dunque, dovremmo avere se non un nuovo Stato, quantomeno uno Stato parzialmente rinnovato. Ciò che nessuno è riuscito a fare negli ultimi trent’anni. Dobbiamo credere a Renzi, fino a prova contraria. Con una qualche cautela, naturalmente, che consiglieremmo anche a lui.

Quando fa affermazioni come quelle fatte al Quirinale, dovrebbe, correttamente, precisare che una cosa è la presentazione  in Consiglio dei ministri delle misure annunciate, un’altra è l’approvazione delle stesse da parte del Parlamento. E qui casca l’asino. O meglio si rivela il Renzi più che ottimista, illusionista. Perché perfino lui che non ha mai messo piede a Montecitorio e a Palazzo Madama sa benissimo che ognuno dei provvedimenti solennemente promessi richiede tempi quasi biblici per essere approvati e, dunque, a conti fatti,  è altamente improbabile che essi divengano leggi prima dell’estate.

È questo atteggiamento “veloce”, per non dire “facilone” di Renzi a lasciare maggiormente perplessi. Che un leader si ponga obiettivi ambiziosi è un conto, ma che voglia far credere che quattro riforme strutturali del peso di quelle annunciate siano praticamente a portata di mano, non se la beve nessuno. E lui non dovrebbe alimentare speranze che nel momento in cui s’infrangeranno contro la realtà sarà prontissimo ad attribuire la responsabilità agli alleati, alla maggioranza, alla farraginosità dei regolamenti parlamentari e a chissà quante altre diavolerie – non diversamente da quanto hanno fatto i suoi predecessori – il naufragio del suo programma.

A proposito del quale – ma naturalmente per un giudizio ponderato aspettiamo le dichiarazioni programmatiche in Parlamento – non ci sembra di aver colto neppure un timido accenno alle disperate condizioni in cui versa la giustizia in Italia, com’è noto sotto osservazione da parte degli organismi comunitari ed accendono quotidianamente diffidenze ed angosce da parte dei cittadini, oltre ad allontanare gli investitori stranieri che non si fidano più di una magistrati che perfino il Csm l’altro giorno ha apertamente accusato di inefficienza, incapacità e superficialità.

Ma certamente il nuovo premier non lascerà cadere il grido di dolore che si leva dalle carceri come da chi invoca una giustizia giusta e rapida: ci metta anche una riga al riguardo nel discorso che leggerà alle Camere la prossima settimana (almeno si spera).

I tempi di presentazione del governo non dovrebbero essere  lunghissimi. Si lavora al programma ed alla squadra di governo. Sembra che Alfano si sia placato: continuerà ad essere vice-presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, almeno così si dice. La sua “rivoluzione”, dunque, è finita? Tutto bene quel che finisce bene. Enrico Letta prima di lasciare Palazzo Chigi gli ha messo in tasca non “il sole di Berlusconi” che tanti anni fa lo convinse ad abbracciare la “missione” del Cavaliere, ma una previsione: “Renzi vi porterà alle elezioni in tempi brevissimi”. Se con la legge vigente o con l’Italicum è tutto da vedere. Comunque, le fortune del Nuovo centrodestra le vediamo seriamente compromesse. Come farà, dopo aver appoggiato Renzi, a qualificarsi come punto di riferimento di quell’area in sofferenza che aspetta un serio rinnovamento?